Nei post precedenti abbiamo riflettuto su alcune attività tipiche dei giovani nel periodo invernale: ‘ndà a vùlp, fà sö la grapa, ‘ndà a murùse, sposàs,… Ma come era vissuto e celebrato il giorno delle nozze? Diversi amici mi hanno invitato a continuare questa riflessione. Mi avvalgo, nell’esposizione, delle informazioni raccolte durante anni di ricerca sul campo per la costruzione degli Archivi della Memoria e dell’Identità.



Dare continuità al ceppo originario

La celebrazione del matrimonio costituiva la più elevata rappresentazione della famiglia, anche all’esterno, e segnava da un lato la sua naturale espansione, ma nel contempo conteneva i prodromi della sua futura frammentazione. Dalla grande famiglia originaria, infatti, normalmente, a seguito della morte del Tata, sarebbero scaturiti altrettanti nuclei, quanti erano i figli sposati e coabitanti, suscettibili a loro volta di espansione. La storia si rigenerava attraverso la discendenza maschile e dava continuità al ceppo originario. I figli ereditavano dai padri questa visione storica, rispetto alla quale si ponevano in modo responsabile. La celebrazione del matrimonio era, dunque, un evento molto importante, dotato di una propria ritualità, semplice ma ricca di significati e assai efficace. Incominciamo col dire che, sino al giorno antecedente la celebrazione religiosa, non si modificava il normale andamento lavorativo della famiglia. Le donne lucidavano e sedèle tacàde sö a la credénsa, ripulivano per bene ol camì e riordinavano i principali ambienti della casa. Ragazzi e giovanotti si occupavano, invece, allo sgombero della neve dal sentiero o la mulattiera che il giorno successivo sarebbe stata percorsa a piedi dalla sposa e dal corteo nuziale. Non si trascuravano gli addobbi e le decorazioni delle tribuline disposte ai margini del percorso: al passaggio della sposa, dovevano essere bene in ordine, con tovaglietta ricamata nuova, vasetto di fiori e ü lümì ‘mpéss.

Da destra: Rachele Carminati, Bernardina Carminati (?), ol Creolì, Cecilia Carminati, Maria Carminati, Giannina Manzinali (?). Archivio delle fotografie del Centro Studi Valle Imagna

Ol spus e l’vàa a tö la spusa

La mattina del giorno fissato per le nozze, prima di uscire di casa per la cerimonia, si provvedeva ai normali lavori nella stalla. Del resto non era possibile trascurarli, come sempre, e presso la casa dello sposo si ritrovavano tutti i suoi invitati; così avveniva, in modo analogo, presso la casa della sposa. Quindi, in tempo utile per non disattendere l’orario concordato col parroco, il corteo dello sposo si recava a piedi sino all’abitazione della sposa: in testa lo sposo medesimo, poi i familiari e dietro i parenti e amici invitati. Ol spus e l’vàa a tö la spusa. Sino ai primi decenni del secolo scorso, la mamma dello sposo non partecipava al corteo, nemmeno alla funzione religiosa, perché la gh’ìa da stà en cà a specià chè reès la spusa; essa avrebbe però successivamente partecipato al pranzo. Ad attendere lo sposo, sulla porta di casa della famiglia della spusa, c’era la regiùra, o la mamma della ragazza, con un piatto di confetti. Lì, poi, gli invitati dello sposo si mescolavano con quelli della casa, in attesa che la sposa scendesse dalle scale e si affacciasse all’ingresso dell’abitazione. Il corteo sarebbe da lì a poco ripartito, ora più folto, in direzione della chiesa: davanti la sposa, seguita dallo sposo, quindi dal regiùr della casa e dal padre dello sposo, dai suoi parenti, infine da quelli della sposa. Tanto il padre quanto la madre della sposa rimanevano a casa, ossia non partecipavano né alla cerimonia religiosa, né al successivo pranzo. La regola era che i genitori partecipavano al matrimonio dei figli maschi, non delle figlie. Il matrimonio della figlia rappresentava una perdita per la sua famiglia originaria, che veniva privata di un elemento, mentre era motivo di festa per la famiglia del marito, che veniva così rafforzata con l’aggiunta di un nuovo membro. La donna era destinata ad incrementare il gruppo parentale del futuro marito e quindi veniva esclusa dalla trasmissione fondiaria dei beni della famiglia originaria.

La funzione all’altare laterale della Madonna

Quanto ai parenti, oltre alle sorelle e ai fratelli adulti degli sposi, venivano invitati al matrimonio, a titolo di rappresentanza della parentela, lo zio e la zia più anziani. I bambini della famiglia, ancorché fratelli, sorelle o nipoti, in genere rimanevano a casa con un familiare. Gli inviti alla cerimonia e al banchetto successivo erano stabiliti esclusivamente dal regiùr o dal padre dello sposo, sentite anche le indicazioni del padre della sposa, specialmente in ordine agli invitati di quest’ultimo. Ciò era già stato stabilito di comune accordo durante la definizione dei pàcc (i patti matrimoniali). Era consuetudine che, la settimana successiva al matrimonio, i genitori della sposa fossero invitati a pranzo nella nuova casa della figlia, alla presenza del marito e della sua famiglia estesa. La sposa, in mancanza dei genitori, era accompagnata in chiesa dalla cognata più giovane (l’ultima che si era sposata) della sua casa originaria, oppure dal fratello maggiore e, in assenza di questi, dallo zio o parente più anziano che partecipava alla cerimonia nuziale. Di norma il matrimonio veniva celebrato presso l’altare laterale della Madonna, adornato per l’occasione con fiori artificiali realizzati con i bozzoli dei bachi da seta; come pure era abitudine che, terminata la breve cerimonia, fuori dalla chiesa una bambina recitasse la poesia de spùs, insegnatale per tempo dalla maestra del villaggio. Sul sagrato era un pullulare di bambini, i quali, con la speranza de ciapà ü confèt, facevano calca atùren a la spusa. Non c’era l’abitudine, ma nemmeno la possibilità, per la tròpa meséria, di fare fotografie e di spargere riso augurale.

Il pranzo nuziale e le bevande fatte in casa

Terminata la cerimonia religiosa, cui seguiva un breve rinfresco alla vicina osteria dol Pacióla, oppure dal Balèta, il gruppo dei festanti si recava presso la casa dello sposo per la consumazione del banchetto nuziale. Lungo il percorso verso casa, il corteo effettuava tante soste quante erano le abitazioni prospicienti la mulattiera: era costume che le regiùre di quelle famiglie, come onorate da quel passaggio, manifestassero compiacimento attraverso la preparazione di piccole occasioni di rinfresco. Le mitìa dó ol taolì, en bànda la caalìra, ricoperto con una delle tovaglie migliori, sul quale deponevano, accanto alle due tazze, bevande e liquori fatti in casa, da offrire agli sposi innanzitutto, e poi eventualmente pure ai partecipanti al corteo. Ad attendere la sposa presso la sua nuova casa, stava sull’ingresso la madòna, la quale accoglieva la giovane nuora con un abbraccio e la introduceva per la prima volta nell’abitazione, mostrandole la distribuzione degli spazi e l’utilizzo dei locali, ma specialmente la camera ad essa riservata, della quale le avrebbe poi consegnato la chiave. Sarebbe stato, quello, l’unico ambito personale. Era la prima volta che la sposa entrava nella casa del marito e che poteva vedere la sua stanza già arredata: a tutto questo contesto, sia ambientale che culturale, la spusa avrebbe dovuto adeguarsi e uniformarsi quanto prima. Solo dopo il breve rito dell’introduzione della sposa nella casa, si procedeva al pranzo nuziale. All’avvicinarsi della sposa presso la sua nuova casa, la compagnia dei festanti così cantava scherzosamente:

Màma mia, la spùsa l’è ché.
Fìga alegréa, chè encö l’è ol sò dé.
Encö l’è ol sò dé, ‘ndomà l’è ol sò sànt.
Dìga la sàpa e mandìla a sapà.

Per la solenne circostanza, il pranzo di nozze, che si teneva nella casa dello sposo, non veniva preparato dai familiari, ma dal cuoco. Un fatto singolare, che non trova precedenti analoghi nelle ritualità del luogo, poiché la preparazione dei cibi è sempre stata un’esclusiva prerogativa delle donne della casa. Nel villaggio c’erano alcune persone – curiosamente, per questa circostanza, anche uomini – che si erano per così dire specializzati nel rendere tale servizio. Cuochi promossi sul campo. Tra questi si ricorda ol Creolì de Fenilmàscher, forse l’ultimo cuoco del villaggio, prima che le moderne offerte della ristorazione catalizzassero tutti i banchetti. Celebrare un matrimonio significava festeggiare ed esaltare il ruolo della famiglia e le funzioni della casa. Il pranzo di nozze, che per l’importanza si teneva nel locàl de la stüa, il più riscaldato, oppure nella stanza più ampia della casa, magari anche en do l’àndec, offriva i piatti migliori della cucina tradizionale, quelli cioè riservati alle grandi occasioni: dall’antipasto a base di polénta, salàm e cudeghì (quelli freschi del maiale appena macellato), ai primi piatti di granadèi, foiàde o taiadèi; seguivano le seconde portate col pulì rüstìt e ol galèt buìt ‘nsèma e patàte, il tutto accompagnato dal vino migliore della produzione locale, ma all’occorrenza anche acquistato appositamente da fuori; frétole e bescòcc fatti in casa suggellavano il pasto per eccellenza dell’anno. L’abitudine del pranzo di nozze in casa cessò verso la fine degli anni Cinquanta, quando le accresciute capacità economiche delle famiglie, grazie soprattutto alle rimesse degli emigranti dalla Svizzera, consentirono de ordenà ol desnà de spus dal Balèta.

Il Creolì della contrada Fenilmascher, uno degli ultimi “cuochi” del villaggio. Archivio delle fotografie del Centro Studi Valle Imagna

Ol Segretarì de la Roncàia, l’ultimo musicante

Generalmente, quando anche le condizioni economiche della famiglia lo permettevano, ai margini del pranzo veniva invitato qualche musicante locale, o anche proveniente da un paese vicino, perché, con la sua fisarmonica, allietasse la conclusione del giorno di festa dando il via alla musica e ai canti. L’ultimo cantore e musicante di fama a Corna, che veniva chiamato per queste circostanze, è stato ol Segretarì de la Roncàia. I giovani della contrada, amici e coetanei dello sposo, erano anche loro soliti festeggiare il felice evento e, pur non essendo invitati in forma diretta alla festa, si sentivano ugualmente coinvolti e partecipanti: i teràa fò de s-ciopetàde e ié sbaràa sö e mortèr ‘nféna a sìra. I primi botti segnalavano l’arrivo della sposa alla casa dello sposo, dove fervevano gli ultimi preparativi per il pranzo, ma continuavano poi anche il pomeriggio, quasi a ricordare all’intero villaggio la presenza e la forza di quella contrada in festa. Ol pòer Gàsper de Canìt e l’s’è sbatìt fò ü òcc a sbarà sö i mortèr, per öna spusa che la ‘gnìa a stà en Canìt. Tutta la contrada viveva quel giorno di festa. I bambini del vicinato si radunavano presso la casa dello sposo per fàga fèsta – a loro modo, s’intende – a la spusa. In prossimità delle prime case della contrada, essi attendevano festanti il corteo, quindi accompagnavano la sposa sino alla sua nuova abitazione. Töcc i tosài i gà curìa drì a la spusa per töt ol dé, certamente anche con la speranza di ricevere qualche confetto, cantando in coro allegri stornelli, molti oggi dimenticati.

Viva la spusa, a tocàla la ùsa.
A tocàga ol butù, i vùsa töcc du.

Nella casa originaria della sposa, invece, la vita proseguiva come sempre, semmai con un tocco di malinconia. Il padre e la madre avrebbero trascorso in solitudine quel giorno e, seppur soddisfatti e onorati per aver concesso una buona figlia a un’altra famiglia, erano anche consapevoli della necessità che, da quel giorno, avrebbero dovuto riorganizzare i compiti e le funzioni degli altri componenti della famiglia, per sopperire alle attribuzioni prima svolte dalla figlia. Nella contrada dello sposo, intanto, la festa proseguiva sino a tarda sera ma, con l’imbrunire, gli invitati meno giovani rincasavano, mentre altri non mancavano di fare un salto alle osterie dol Balèta o dol Pacióla, ma prima ancora a chèla de la Tesöla, per fà sö öna cantàda e fà öna quàch partìde a la mura.

Ol Segretarì della contrada Roncaglia, suonatore di fisarmonica. Archivio delle fotografie del Centro Studi Valle Imagna

Gli immancabili scherzi di sale e riso

Durante il banchetto nuziale, mentre gli sposi erano intrattenuti dalla conversazione, la “riservatezza” della loro camera da letto sarebbe stata per la prima volta violata (dopo il matrimonio, infatti, nessuno sarebbe mai più entrato nella stanza dei coniugi, senza aver prima avuto precise disposizioni da parte degli stessi): le altre coppie di coniugi che vivevano nella stessa casa, all’interno della medesima grande famiglia, o anche i fratelli dello sposo, procedevano alla preparazione di alcuni tradizionali scherzi che, per l’occasione, consistevano in genere nel cospargere il letto matrimoniale con una manciata di sale e una di riso; altri appendevano sotto al letto öna schèla, come quelle che si mettono alle mucche al pascolo.

Contributo di Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna



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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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