Ho sentito cantare a lungo ol cu-cù, mattiniero come sempre, sin dalle sette di questa mattina, nel bosco sotto la Còrna dol Somensì, l’esteso e imponente affioramento verticale di schisti che separa l’Alto dal Basso Comune di Corna Imagna, o meglio la comunità di San Simù da quella di Locatello.



Uccello migratore dal canto inconfondibile

Fino a poche settimane fa da quel versante boscato mi giungevano, improvvise, le schioppettate del Franco Ciapèta, appostato di buon’ora nel suo capanno, a caccia di merli e tordi. Proprio in questi giorni il cacciatore, deposto il fucile e ripreso in mano ol martèl da mür, oltre a badìl e zapù, sta sistemando, in compagnia di Ugo, Carlo e altri amici muratori, e mür a sèc dei Ruc de la Còrna Giàlda. Si tratta di vistosi terrazzamenti colturali – oggi patrimonio immateriale dell’umanità – disposti come a semicerchio attorno a quel magnifico anfiteatro naturale situato a mezzogiorno dell’abitato di Siva, l’antica contrada disposta sul dolce declivio di monte sopra la grande roccia, che, illuminata dal sole e vista da Locatello, appare di colore giallognolo. Ugo lavora addirittura in canottiera. Il bosco circostante, solo apparentemente immobile, nasconde, dietro il suo fitto intreccio di rami spogli, la vita animale, vegetale e umana articolata in un’infinità mutevole di situazioni. Convivono prede e predatori, elementi naturali e antropici. Il cuculo è uno dei tanti abitanti del bosco, un uccello migratore dal canto inconfondibile, famoso per la sua abilità di conquistatore di nidi: la femmina, infatti, depone le uova nei nidi di uccelli più piccoli, facendo allevare la propria prole ad altre mamme. Di norma arriva dall’Africa tra la fine di marzo e i primi di aprile e inizia subito il corteggiamento con il suo inconfondibile canto. Una forma di parassitismo assassino, la sua, perché, per far posto alle proprie uova, butta fuori dal nido quelle degli altri volatili.
Nel mondo contadino diverse espressioni esemplificative del comportamento umano, gran parte delle quali oggi andate in quel grande contenitore nascosto nella memoria e chiamato “dimenticatoio”, traevano spunto proprio dal mondo animale e vegetale.

Ugo al lavoro nella ricostruzione dei muri a secco dei Ruc de la Còrna Giàlda. — con Carlo Manzinali e Ugo Carminati

“Te fé ol cucù” oppure “Te sì ü cucù”

Nella fattispecie, infatti, l’esclamazione “Te fé ol cucù”, utilizzata di norma con significato spregiativo e, in ogni caso, a contenuto derisorio, era indirizzata all’uomo che andava a vivere nella casa della moglie, o meglio della famiglia di lei. Questi, spesso e volentieri, veniva considerato una sorta di parassita, per non essere riuscito a mèt sö cà per la sò famèa. In altre circostanze si indicava invece il comportamento poco creativo, pigro e tutt’altro che laborioso, di colui che viveva del lavoro altrui, incapace di elaborare soluzioni e progetti personali. L’affermazione “Te sì ü cucù” equivaleva a dichiarare una personalità sprovveduta, capace solo di emulare o copiare comportamenti altrui, anche assai loquace, ma ripetitiva e di poca sostanza. Il cuculo, infatti, è un uccello “chiacchierone”, soprattutto il maschio, perchè trascorre ore e ore a ripetere incessantemente solo il suo verso – cu-cù – da cui deriva il nome del cuculo, di evidente origine onomatopeica. Indubbiamente ol cucù è uno degli uccelli più familiari e conosciuti dalla popolazione locale, una componente animale del paesaggio e dell’ambiente umano circostante, che ha popolato da sempre boschi e vallette. Il suo verso è stato reso famoso dagli orologi a pendolo in legno (chiamati anche orologi a cucù). Gli scienziati, invece, considerano il cuculo un importante bioindicatore e la sua presenza costituisce un indizio di elevata biodiversità. Dunque… ben venga il canto del cuculo! Per noi, più semplicemente, il suo canto annuncia ormai imminente il sopraggiungere della bella stagione, mentre la presenza del volatile, schivo alla presenza dell’uomo, veniva ripresa da numerose tradizioni e filastrocche popolari. Eccone una, forse la più conosciuta e diffusa nelle famiglie:

Cu-cù, cu-cù, l’aprile non c’è più
è ritornato maggio al canto del Cu-cù

Come non ricordare il caro compianto amico Lorenzo Pellegrini, amante ed eroe del bosco, protagonista del film-documento “Una vita altrove” di Alberto Cima, ripreso sulla poltrona di casa, mentre canticchiava ai suoi due nipotini, accolti sulle sue ginocchia, proprio questa filastrocca, assai cara ai boscaioli. Una scena commovente. Quell’uomo, dallo stampo antico, rievocava così la sua infanzia e giovinezza, quando proprio il canto del cuculo, che risuonava nei boschi di Brembilla, lo invitava a preparà la alìs, perché l’ìa sà l’ùra de partì per la nuova campagna lavorativa nelle foreste sulle Alpi occidentali di Francia e Svizzera. E se il contratto di lavoro non era già arrivato, bisognava sollecitare in fretta i contatti nella Confederazione d’Oltralpe. L’espressione “E l’cànta ol Cu-cù” costituiva un invito manifesto a darsi da fare, perché ce n’era per tutti di lavoro, soprattutto nella campagna. Riprendevano vigore i lavori agricoli.

Vistosi terrazzamenti colturali nell’anfiteatro naturale dei Ruc de la Còrna Giàlda, Patrimonio immateriale dell’Umanità. — con Ugo Carminati e Carlo Manzinali presso Corna Imagna – Ruc de la Còrna Giàlda.

Inaspettato il suo canto a metà febbraio

L’arrivo del cuculo era previsto per i primi giorni d’aprile e quando tardava ci si preoccupava. L’inverno stava finendo e nella valle il suo canto risuonava festoso, dando la sveglia a quanti ancora non avevano ripreso le diverse attività agresti. Gli emigranti i scomensàa a preparà la alìs, mentre i paesà erano alle prese con i diversi impegni rurali: netà sö i pràcc, soprattutto quelli arborati, rastrellando fòie e bachècc sóta i nus, e taià sö la noèla atùren ai sise e ai pràcc; stendere il letame rimanente nei prati; completare i lavori di manutenzione degli attrezzi agricoli e soprattutto verificare le ultime scorte di foraggio sö la stala dol fé; portare a compimento la vangatura di orti e campi. Insomma, ce n’era per tutti, uomini e donne, bambini e adulti. Il cuculo è messaggero di primavera, anche e il suo canto anticipato e improvviso – inaspettato la metà di febbraio – è indice dei cambiamenti climatici in corso. Il termometro registra al sole la temperatura di diciotto gradi, decisamente eccessivi nella stagione in cui siamo. La natura è sollecitata a risvegliarsi anzitempo, di giorno, col sopraggiungere del sole caldo, ma costretta poi a sopportare eccessivi sbalzi termici nelle ore notturne e del primo mattino, quando la temperatura scende ancora sotto zero e le gelate improvvise danneggiano la timida ripresa della flora spontanea. I prati, da poco concimati, si popolano di crocus, le primule sbocciano sui declivi terrazzati esposti a mezzogiorno e nel giardino di casa sono comparse le prime piccole margherite. I fiùr dol lüf, piccoli e delicati fiori, popolano boschi e vallette; ce ne sono dovunque, isolati o in piccoli gruppi: si insinuano nel muschio, che ricopre sassi e alberi. Nel bosco gli uccelli incominciano a rincorrersi pazzemente per gli accoppiamenti, piroettandosi in vorticosi e veloci movimenti aerei, con incredibili contorsioni, ripide impennate e rapide discese in picchiata al suolo.

Primule nei Ruc de la Còrna Giàlda. — con Carlo Manzinali

Nunzio di un futuro da interpretare

Siamo solo a metà febbraio e il clima, sempre più pazzerello, ci può riservare ancora diverse sorprese. Del resto, l’inverno è ancora ben presente: sul versante orografico destro della valle, quello meno esposto al sole, la linea di displuvio di monte, tra il Pertüs e il Linzone, è ancora ricoperta di neve; anche dalle nostre parti dirimpettaie, però, la neve è pure presente nelle aree a roèrs. Prudenza, dunque. Non a caso il cuculo è nunzio del futuro, che però va interpretato, e dal suo canto si possono trarre auspici, ma anche tristi presagi. Nell’antica cultura celtica era considerato un uccello sacro, dalle doti oracolari, e le antiche popolazioni orobiche che, discendendo dalle aree del centro Europa, hanno popolato, già intorno al VI secolo a.C., le nostre valli, lo consideravano un uccello assai longevo (ancora oggi si dice: “Sei vecchio come il cucco”) e dalle doti veggenti, cioè in grado di prevedere il futuro. Il suo habitat naturale era il bosco e, quando si avvicinava troppo alla contrada abitata, era portatore di funesti presagi. Al suo canto, ad esempio, le ragazze in età da marito, lo interrogavano, recitando la filastrocca:

O cucco, cucco, dal becco fiorito,
fra quanti anni potrò prender marito?

Al cu-cù, poi, venivano chieste una serie di altre previsioni. La giovane donna lo interrogava circa il numero di figli che avrebbe avuto, mentre quella anziana sul numero di anni che le restavano da vivere. Le risposte scaturivano dalla fortuita interpretazione del suo canto, più o meno prolungato, e dal luogo da cui proveniva. Era sinonimo di fortuna possedere in tasca anche solo una monetina al canto del cuculo: sarebbe stato, quello annunciato dalla primavera, un anno prospero, senza problemi economici. In mancanza di una monetina in gaiòfa, sarebbe stato un anno di miseria! Questa mattina il canto del cu-cù mi ha colto di sorpresa, senza nemmeno uno spicciolo in tasca, ma ho subito allontanato il pensiero della sfortuna, forte e convinto del fatto che il noto volatile ha erroneamente anticipato, almeno di trenta giorni, il periodo per il nuovo corteggiamento: dunque stia attento lui, ai probabili repentini e pericolosi ritorni di Messer Inverno! Questa volta, mi sa proprio, è stato cattivo presagio di sè stesso…

Contributo di Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna


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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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