Si fa presto a dire: “Professione: reporter”, un po’ meno a farne un film, come Michelangelo Antonioni, è un impegno totale farne una vita come ha fatto Ryszard Kapuściński, morto 15 anni fa dopo una vita in giro per il mondo a raccontarlo con sapienza storica e culturale. I suoi reportages negli anni 60-80 lo hanno consacrato ad icona di “una vita dedicata ad osservare il divenire della storia della seconda metà del XX secolo”. Una passione per il Terzo Mondo e il suo tentativo di affrancarsi dal colonialismo occidentale ha scritto del colonialismo europeo frugando in ogni angolo del pianeta (fu imprigionato 40 volte e scampò a quattro sentenze di morte), dall’alto della sua curiosità ha guardato la contaminazione delle culture, come da uno dei ponti di Khartoum si guarda la confluenza del Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, con le loro acque che per un po’ rimangono distinte, poi si uniscono: come i popoli, come la storia.

Professione: reporter, è riduttivo per un tipo come Ryszard Kapuściński: nato “sradicato… costretto a scappare e vagabondare a sette anni”, conoscendo solo l’inferno della Polonia strapazzata prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale, non riesce ad essere un giornalista stanziale, ha una forte curiosità per il mondo. E come Dante si è affidato a Virgilio, lui si è affidato allo storico Erodoto e al suo principio, non si è limitato a narrare i fatti, ma prima di raccontarli ha cercato testimoni, documenti, segni, tracce per capire, interpretare, scoprire il significato, anticipare la storia, tracciare paralleli storico-culturali: reporter nei continenti in ebollizione post-coloniale, ha praticamente assistito alla nascita dell’indipendenza di tutti i Paesi africani. E’ stato un Cristo con il fucile in spalla nel turbine della storia, gli ultimi in testa ai suoi pensieri, ha dato voce alla maggioranza silenziosa dei poveri, ha attraversato tanti Acheronte per fare ritorno raccontando l’orrore dell’inferno, delle guerre che restano, purtroppo, tra le maggiori opere dell’uomo. Per lui il reportage è “il genere letterario più collettivo che esista”, vi partecipano tutti gli interlocutori incontrati lungo le vie dei Canti (pochi) e dei pianti (molti).

È stato un cronista che ha sempre tastato il polso alla storia “in atto”, uno scrittore al fronte e uno storico sulle tracce di Erodoto che, anello di congiunzione tra i presocratici e Socrate, si concentrò sia sull’uomo che sul suo mondo, avendo capito che “la cultura spiega l’uomo, ne è il commento”, e dal quale ha imparato che “per entrare in contatto con gli altri bisogna mettersi in cammino fino a loro”, degli altri (i barbaroi, i non greci) non si parla mai male e con odio.

La vera storia non sono solo gli avvenimenti politici, ma è la storia del mondo, delle culture. Ha anticipato tanti sviluppi della storia, noi siamo abituati a vedere tutto dalla prospettiva della società occidentale basata sul primato dello sviluppo, criterio angusto limitato agli indici economici,  che impoverisce la famiglia umana: ed infatti lo sviluppo del mondo ha coinciso con l’aggravarsi delle disuguaglianze, di un’ingiustizia crescente, sulla base della regola “The winner takes all”, Il vincitore si prende tutto. E’ stato tra i primi a denunciare che, con l’avvento della globalizzazione, l’immenso capitale d’investimento si sarebbe concentrato in pochissime mani, e con esso si potrebbero fare tante cose, ma tutto è subordinato alla logica del massimo profitto. Ad esempio, non si fanno investimenti sui farmaci contro la malaria, perché i potenziali acquirenti (paesi tropicali e subtropicali) sono troppo poveri per comprarli. Quindi, sulla malaria non di fanno ricerche. In linea con il nostro mondo, che chiede solo una cosa, la tranquillità di dedicarsi al consumo.

Il nostro mondo ha dibattuto a lungo sulla fine dell’era di Gutenberg con l’avvento di internet, mentre nei paesi del Terzo Mondo il problema è che l’età di Gutenberg non è mai arrivata, anzi l’analfabetismo continua a crescere in modo vertiginoso. L’approccio di Kapuściński alla storia è stato improntato, oltre che a Erodoto, alla filosofia dell’incontro e del dialogo di Lèvinas, nella vita serve il dialogo per la reciproca comprensione e il reciproco avvicinamento, bisogna affrontare la conoscenza per abbattere i pregiudizi, bisogna abbandonare i narcisismi e adottare un profondo umanesimo, avendo cura ed attenzione soprattutto per i più deboli.

Grandissimo conoscitore dell’Africa, Kapuściński ha scritto la storia dalla parte del leone, non del cacciatore.

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