Noi che abbiamo visto (un’altra) Genova siamo rimasti con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così: traditi, sgomenti, arrabbiati. Con una spregevole disinformazione dall’alto ci hanno raccontato dei buoni (le forze dell’ordine) intervenuti a difenderci dai cattivi, tutti quelli dei Social Forum, tutti Black Bloc, tutti violenti devastatori. “Arrivano i buoni, arrivano, arrivano, finalmente hanno capito che qualcosa qui non va”, arrivano col manganello tonfa usato come arma di difesa, “c’è un elenco di buoni, i cattivi di là, sono tutti schedati ma che bella città”.

Ci scappa anche il morto, “se l’è cercata”, diremo in tanti. Poi la verità viene a galla, schifosa come quella marrone, e va in scena il piattoforte della virtù italica, debole con i forti, forte con i deboli, è ancora così: le nostre forze dell’ordine si sono trovate del tutto impreparate ad affrontare i veri violenti, i Black Bloc appunto, non li hanno mai affrontati, e per salvare la faccia l’hanno rotta a tanti che manifestavano pacificamente in cortei autorizzati, oppure se ne stavano andando a dormire tranquillamente, il manganello tonfa come la carezza della sera, solo che che ti squarcia la pelle e tinge di rosso sangue i capelli bianchi delle professoresse della Rete Lilliput.

Dal 19 al 21 luglio 2001 a Genova va in scena la trimurti dell’orrore firmata Stato italiano, le forze dell’ordine assaltano il corteo autorizzato e nonviolento (i Black Bloc stanno da un’altra parte) in modo scriteriato per poi rinculare alla ca**o di cane, senza strategia. “Per la strada c’è uno, si è scordato chi è, non l’aiuta nessuno ma s’aiuta da sé”, e allora Mario, un giovane di 20 anni lasciato colpevolmente solo in un mare di guai molto più grande di lui, spara due volte e uccide un altro giovane, 23 anni, Carlo, che a differenza di Andrea non si è perso sui monti di Trento ma in una città di mare, ironia della sorte medaglia d’oro alla Resistenza, e anche Carlo, come Andrea, “ha perso l’amore, la perla più rara”, e “ha in bocca un dolore, la perla più scura”, il rigurgito di sangue che chiude tutto. “Speriamo che muoiano tutti….Intanto 1-0 per noi”, ride la poliziotta intercettata al telefono, ultras di questo inedito derby sotto la Lanterna.

Poi il marchio della polizia, la sera del 21 l’assalto alla scuola Diaz dove 93 persone inermi stanno andando a dormire: non trovano Black Bloc, quelli stanno sempre da un’altra parte, ma che importa, c’è l’onore da salvare e allora giù manganellate, calci, pugni, è il festival del sangue gratuito, dei denti a spasso, delle costole in frantumi, dei polmoni forati, le facce che diventano palloni da calcio, in questo maledetto, inedito derby sotto la lanterna. “Ma perché non mi arrestano senza farmi tutto questo?” si chiede Mark Covell, giornalista inglese tra i primi ad essere intercettati dalla furia. Michelangelo Fournier, all’epoca vice questore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, il 12 giugno 2007 dirà agli inquirenti che “sembrava una macelleria messicana”: purtroppo era tutta italiana.

Infine, dopo la mattanza, quei corpi martoriati vengono trascinati nel carcere di Bolzaneto, quello che succede lo abbiamo rivisto l’anno scorso a S. Maria Capua Vetere, il “comitato di accoglienza”, le “ali di corvo”, la visita medica, il vomito da pulire con la lingua. In tutto questo non poteva mancare il pezzo forte del repertorio già visto negli anni 60-70-80, lo stato dà il meglio di sé in fatto di depistaggi e fabbricazione di prove false, dalle molotov nella Diaz, allo scempio della fronte di Carlo Giuliani con una pietra poi lasciata accanto al suo viso, come “prova” e “firma” del delitto interno al corteo.

A Genova in quei giorni sono stati impegnati 4000 carabinieri, 5000 poliziotti, 1200 uomini della Finanza, reparti speciali Antisommossa, Antiterrorismo, Sco dell’Anticrimine, Digos: una schieramento immenso e tanta violenza per sbagliare tutto, il primo colpo, il secondo, la rivincita, la bella della rivincita, le giustificazioni, tutto, una sequenza di errori incredibile, la sospensione della democrazia. “Il G8 di Genova fu una catastrofe“, dirà nel 2017 il capo della Polizia Franco Gabrielli: “Lo dico chiaro, ci fu tortura…Un’infinità di persone subirono violenze che hanno segnato le loro vite. In questi 16 anni non si è riflettuto a sufficienza. E chiedere scusa a posteriori non è bastato“.

I processi hanno confermato la ricostruzione dei fatti, la Corte d’Appello nel 2010, la Cassazione del 2013, l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, dalla Corte di Strasburgo per reato di tortura (reato che allora non c’era nel nostro codice penale, e che ora qualche partito dell’arco istituzionale vorrebbe ritogliere). In pochissimi hanno pagato, i capi per decorrenza dei termini, gli esecutori perché non identificabili in quanto portavano il casco. Al G8 di Genova Manu Chao aveva partecipato sostenendo la causa dei migranti cantando il suo “Clandestino”, ieri è ritornato sul luogo del delitto, Piazza Alimonda, per ricantarlo.

Vent’anni fa, pochi giorni dopo i gravi fatti di Genova, passarono in tv i pestaggi rimontati ad arte con l’audio del momento, “Sole, cuore, amore”. La beffa finale, dopo il danno. Ho chiesto ad Alfonso, un ragazzino di quasi 96 anni fermato nel fisico solo dal Covid, ma dalla mente ancora lucidissima, una vita passata in polizia tutta da ascoltare, gli ho chiesto cosa ne pensasse di tutto quell’accaduto: ha abbassato gli occhi e ha cercato le parole, ma si sono fermate nel nodo in gola e negli occhi, ed allora ho cambiato domanda ed argomento. Nessuno si meritava un tradimento simile, ma lui e i tanti come lui, ancor meno di tutti gli altri.

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