Pare proprio difficile far entrare nella testa delle persone – specie in quella dei politici di professione, anzi, di certi politici per necessità (incapaci d’altro) – che non basta passare in zona gialla per dire “adesso posso finalmente sentirmi libero“. Non basta osservare tutte le norme di sicurezza per urlare “vogliamo solo lavorare“. Non basta che i numeri del contagio siano in miglioramento per poter stabilire “adesso possiamo riaprire tutto“. Soprattutto non basta che il calendario segnali l’arrivo più o meno imminente dell’estate per sentirsi “liberi tutti!“. Se c’è, ammesso ci sia, una qualità del virus è che colpisce tutto e tutti indistintamente. Non basta esser giovani, non basta essere in zona gialla o addirittura bianca, non basta aver fatto un tampone, non basta la bolla di isolamento (vedi mondo del calcio) per sentirsi al sicuro e dire “adesso vivo come prima“.

Abbiamo constatato che in alcuni casi nemmeno il vaccino riesce a immunizzare dal Covid. È ancora un nemico subdolo. Ancora probabilmente non ne conosciamo del tutto le caratteristiche e le dinamiche patogene. Nonostante ciò un’ondata di ottimismo e di voglia di vivere (“non ne possiamo più“) pervade la nostra penisola all’insegna della certezza di poter essere noi, con le nostre regole e le nostre norme (per chi le osserva e le fa osservare) a dominare e controllare il virus. Non viceversa. Siamo talmente sicuri delle nostre sorti, del nostro superpotere tecnologico che nemmeno la morte ci fa più paura. La morte di circa 400 persone ogni giorno. No, noi (chi resta) siamo invincibili. Andrà tutto bene! Ma non è così. Mai slogan è risultato più becero, più a-logico e a-scientifico di questo. Alla luce dei fatti. Tant’e che tutti quegli striscioni e scritte colorate che avevano trasformato tanti italiani in improvvisati ancorché sprovveduti artisti di strada, sono totalmente scomparsi da finestre, balconi, cavalcavia e via discorrendo. Come del resto la voglia di cantare e urlare dai pianerottoli condominiali di quartieri e periferie dimenticate e degradate. 

Eppure si è scesi in piazza a protestare per tornare tutti a scuola, tutti al ristorante, tutti a divertirsi e, per carità, l’happy hour ripristiniamolo subito perché ci manca, quanto ci manca. Come se fosse colpa di qualcuno (governo? Regione? Cts?) se i ristoranti, dove ci si va in molti in poco spazio, idem scuole, palestre, teatri, impianti sciistici siano stati chiusi. Temporaneamente. E sottolineo temporaneamente. È stato il virus signori. Solo il virus con il suo contagiare incontrollato (democratico appunto) a dettare legge. Anche tuttora. Nonostante una certa classe politica e una certa stampa e TV collegate cosiddette liberiste (ahimè), compresi certi soloni-urlatori ospiti a tutte le ore, abbiano abilmente e ignobilmente manipolato l’opinione pubblica. Così la prudenza è passata come sinonimo di arretratezza, la competenza scientifica sinonimo di volontà oppressiva, le norme governative sinonimo di volontà di togliere la libertà.

Purtroppo il governo, Draghi in testa (spiace ammetterlo), ha ceduto e invece della precauzione magari solo per qualche altra settimana, ha demagogicamente fatto propria la demagogia dei capipopolo in perenne campagna elettorale; perché l’unico valore che conta è quello di aumentare i propri consensi. Alla faccia del Covid. Tutti vogliamo riaprire. Tutti. Non c’è nessuno che sadicamente sia contento di emettere norme restrittive antipandemia. Nessuno. Eppure certi media sono riusciti a far bere a tanti che il tal ministro è per la chiusura mentre l’altro per l’apertura; che il tal medico è bravo perché garantisce che ormai il virus è debole, mentre l’altro è magari anche bravo ma non capisce che la vita deve andare avanti (beata e menefreghista come prima). Possibile non ci si renda conto fino in fondo che la migliore libertà è quella di non far male agli altri? Che la miglior democrazia è quella di rispettare tutti e le esigenze di tutti. O meglio, di una maggioranza a scapito di una minoranza? Costi quel che costi. Non il contrario! E non bastano nemmeno gli errori precedenti.

Come non pensare (pensare, almeno) che esattamente un anno fa, pur trovandoci in condizioni migliori delle attuali, in vista dell’estate abbiamo commesso il gravissimo errore di un’apertura eccessiva? Con le conseguenze, drammatiche e mortali, di una seconda, di una terza ricaduta. Che tutt’ora viviamo. Vien troppo facile predire che in autunno, se non prima, potrà verificarsi una quarta ondata. Ma insomma: è meglio aprire subito per poi dover richiudere un’altra volta tutto? E poi ritrovarci ancora i soliti commercianti in piazza a protestare che vogliono lavorare?IO APRO!” Bravo: tu apri. E il Covid? Chiude? “Vogliamo certezze non sussidi!” Ma chi ve le dà le certezze? Beati signori delle partite Iva chi vi può garantire con certezza di riaprire per non chiudere a singhiozzo? Ma ve lo siete chiesti? Ci siete o ci fate? Chi può firmare per decreto che aprirete felici e contenti le vostre dorate saracinesche senza soste? Chi? Un governo? Ma davvero credete che un altro al posto di Conte o di Draghi o di chicchessia vi avrebbe garantito il vostro sacro ricavo quotidiano?

Basta un decreto e il Covid si ferma per lasciarvi finalmente lavorare? O siete ingenui o ciurlate nel manico. Meglio lavorare e vivere sotto l’incubo (per chi non se lo prende) del Covid? O meglio stringere ancora un po’ la cinghia e ripartire finalmente (più o meno) definitivamente? Non ci basta neppure la lezione della Sardegna? Un mese fa è stata l’unica delle 20 regioni italiane a passare in zona bianca. Via a divertirsi o fare tutto come se niente fosse. E ora? Sardegna in zona rossa e le altre 19 regioni (prudenti) in fascia arancione e quasi bianca. Sono bastate due/tre settimane senza restrizioni per annullare tutto. C’è di che meditare. Vorrà pur dire qualcosa? Cosa deve succedere per far capire a tutti che se torniamo tutti insieme a scuola, per strada, per l’aperitivo, il contagio troverà le condizioni ideali per propagarsi in barba alle nostre giuste esigenze di vita? 

E se tutti una buona volta usassimo di più l’intelligenza che tutti possediamo, invece di lasciar emergere voglie represse, luoghi comuni più o meno tele-appresi? Nessuno può immaginare come sarà il futuro. Ma una cosa è certa: sarà come noi lo abbiamo voluto. Torneremo a vivere normalmente solo se lo vorremo, noi. Solo noi. Altrimenti lo vorrà il Covid. “Libertà è partecipazione” cantava Giorgio Gaber. Povero illuso. 

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