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Guido Tedoldi

Il Giro d’Italia 2020, corso dal 3 al 24 ottobre, è stato il capolavoro di una squadra, la Ineos-Grenadiers. La quale fin dai primi giorni ha perso il capitano designato, Geraint Thomas, a causa di una caduta, ma non si è persa d’animo e ha sconvolto quasi ogni tappa fino a vincerne 7 con 3 corridori diversi e, proprio all’ultimo giorno, anche la classifica finale con Tao Geoghegan Hart. Uno che si sapeva forte ma non così tanto, partito per fare il gregario ma giorno dopo giorno salito di livello.

La IG è una formazione creata in Inghilterra nel 2009 da Dave Brailsford, un dirigente della Federazione ciclistica britannica che voleva portare ad alto livello corridori soprattutto inglesi. Fino al 2019 è stata sponsorizzata dalla rete televisiva Sky, che aveva garantito un budget altissimo per le abitudini del ciclismo: 30 milioni di sterline.

E in effetti per un decennio il team è stato dominante nelle grandi corse a tappe, vincendo 7 Tour de France, 2 Vuelta España e 1 Giro d’Italia – con ciclisti britannici quali Bradley Wiggins, Chris Froome e Thomas, e perfino con un colombiano, Egan Bernal (qualche dato lo si può trovare sulla pagina della Wikipedia dedicata al team, al link: https://it.wikipedia.org/wiki/Ineos_Grenadiers).

Alla fine del 2019 il progetto sembrava essersi esaurito, ma Brailsford ha coinvolto un’altra azienda britannica, la Ineos, e il budget è stato aggiornato a 51 milioni di euro.

Quei soldi sono stati spesi per ingaggiare forti corridori, anche, ma soprattutto per verificare una teoria di Brailsford: quella dei vantaggi incrementali. Che in sintesi consiste nell’individuare un certo numero di dotazioni d’eccellenza, diciamo 100 – come abbigliamento, alimentazione, materiali tecnici, metodologie d’allenamento ecc. ecc. E poi di migliorare ognuna di esse dell’1%. Che sembra poco, ma 1 di qua, 1 di là, finisce che la quadra si trova con un vantaggio di 100 rispetto agli avversari.

Nel caso della tattica di corsa, questo miglioramento è diventato uno stile riconoscibile nella sua inesorabile ossessività. Cioè, tutta la squadra va in testa al gruppo e tira a ritmi altissimi soprattutto in salita. Questo esaurisce le risorse degli avversari e lascia allo scoperto il capitano designato soltanto negli ultimi metri. Così al capitano non resta che dare la stoccata finale e vincere tutto.

Per il Giro 2020 il capitano designato era Thomas, uno dimostratosi già capace di vincere il Tour 2018 e arrivare 2° al Tour 2019 – dietro all’altro capitano Bernal. Ma Thomas, già alla 3ª tappa, è caduto e si è dovuto ritirare.

Per la IG, con il suo stile di corsa, il ritiro del capitano è spesso un problema. Al Tour 2020, per esempio, dopo che Bernal aveva penato per il mal di schiena, il bilancio del team è stato di 1 sola vittoria di tappa e nessun uomo nelle parti alte della classifica.

Qui in Italia la squadra si è, come dire, reinventata. I direttori sportivi Dario David Cioni e Matteo Tosatto hanno convinto i loro corridori che invece della classifica si potevano cercare le singole tappe. E giorno dopo giorno così hanno fatto. Sempre in fuga, come ragazzini monelli, cosa che in effetti sono vista la loro età.

Filippo Ganna (22 anni) ha vinto le cronometro, la prima alla media di 58,8 km/h, e ok che lui è campione mondiale in carica della specialità, ma quella velocità è una cosa mai vista. Jhonatan Narváez (23) ha portato in fondo una fuga. A tirare in salita ci si è messo uno come Rohan Dennis (30 anni, vecchio…) un altro capace di vincere il campionato del mondo a cronometro e conosciuto più per essere uno scontroso che un uomo squadra.

Ma soprattutto ha preso la scena Hart (25) che per tutte le tappe è rimasto inaspettatamente nei paraggi della maglia rosa, il penultimo giorno ci si è avvicinato fino a 86/100 di secondo e l’ultimo giorno, a cronometro, ha vinto.

Un modo bello di perseguire l’eccellenza.

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Autore

Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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