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Ogni volta che succede una tragedia in montagna, i titoli (o i sottotitoli) sono sempre uguali: erano esperti rocciatori; alpinisti esperti. Che scoperta! Ma possibile che nessuno si domandi: in cima ai 4000 o 5000 metri mica ci può andare un dilettante o uno sprovveduto scalatore?! E allora? Ecco l’interrogativo che dovrebbe illuminare e dare risposte serie chi informa sulle tragedie della montagna e anche chi dovrebbe tutelare la montagna e chi ne fa oggetto della propria attività sportiva – escursionistica. Insomma non si può sempre parlare di fatalità, di destino, di imponderabilità. Soprattutto se, come negli ultimi anni, le disgrazie si ripetono, in ogni stagione, a ritmo impressionante e con frequenza sempre più ristretta. 

La cronaca di questi giorni è angosciante con le due tragedie alpinistiche: la prima sul Pizzo Badile camuno (dove ha perso la vita Luca Ducoli) e la seconda (fatale coincidenza) sul Pizzo Badile italo-svizzero (dove una scarica di sassi ha ucciso Giovanni Allevi e Matteo Cornago). Possibile, ripeto, che proprio il fatto che si tratti ogni volta (inevitabilmente e ovviamente) di esperti rocciatori, spesso anzi di professionisti del Cai, non susciti il sospetto che a causare gli “incidenti” in montagna vi siano eziologie che con la montagna hanno a che fare non direttamente ma indirettamente? Ovvero il disastro ambientale provocato non dalla natura ma solo dall’uomo e dalle sue folli attività di inquinamento, speculazione e distruzione di mini o maxi ecosistemi. Possibile che non si arrivi a capire che la montagna, già di suo esposta alle ingiurie del tempo e delle variabili condizioni meteorologiche, da anni è sempre più sottoposta anche al riscaldamento globale che influisce con sempre più “violenza” e frequenza, e dunque soggetta forzatamente ad una maggiore (quantitativamente ancorché qualitativamente) fragilità? Possibile che le frane anche sulle montagne che da decenni ritornano nelle cronache quotidiane, o addirittura lo sfaldamento e i crolli delle rocce (basti pensare alle Dolomiti) non pongano almeno al Cai un severo esame di coscienza sulla effettiva condizione di sicurezza dei nostri monti? 

È un dato di fatto ormai assodato e persino sotto gli occhi di tutti che le montagne che fanno da orizzonte a molti territori abitativi sono sempre più spesso (o con irregolari alternanze temporali) prive di nevai un tempo pressoché costanti e prive di ghiacciai definiti fino a pochi decenni fa addirittura eterni! Non occorre essere scienziati, geologi o glaciologi per capire che fenomeni così vistosi provochino conseguenze inevitabili sulla tenuta, sulla consistenza delle rocce e del materiale costitutivo della montagna stessa. Ergo sulla piena sicurezza e affidabilità per chi fa della montagna oggetto di attività ludica, sportiva, escursionistica. Riflessione (non polemica): ma, il Cai? Non dovrebbe attivarsi in prima persona a informare, prevenire, consigliare e, eventualmente, stoppare? Cioè chiudere, proibire, almeno in presenza di vistosi sbalzi meteorologici o di temperature improvvisamente fuori stagione, l’accesso all’alta montagna. Si sarebbero potute evitare tante morti di giovani esperti alpinisti ma anche meno giovani rocciatori. Purtroppo però sembra che le decisioni semplici e logiche per essere attuate abbiano bisogno di controprove assurde e dolorose, prima di essere attuare. Come dimostra purtroppo la vita quotidiana. E tutti sempre lì a parlare di sicurezza, di sicurezza prima di tutto ecc. ecc. 

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