In politica si tratta di prendere il potere, che richiede decisione e azione. Avere potere significa incidere sulla realtà. Ciò non va inteso necessariamente in senso negativo. Nel mito di Platone l’incatenato della caverna cerca la sua possibilità, la libertà. Liberandosi dalle catene viene alla luce. E’ il cammino verso il bene. Una volta libero e conquistata la luce, torna nella caverna a liberare gli altri.

Per Machiavelli il politico deve andare “dietro la verità fattuale” che significa comprendere il mondo vero e agire di conseguenza. Il politico può, se tiene presente la realtà. Cosa deve capire? Anzitutto che l’uomo è gettato in una realtà conflittuale. Qui abita la sua possibilità. Il potere va incontro alla fortuna che è fatta di imprevisti e accidenti (symbebekòs). L’azione può fallire. La libertà non è data ma è da costruire. La verità è “effettuale” in un mondo da abitare e possedere (habere) in cui confliggono forze, bisogni, differenze.

Platone parlava di un oceano di dissomiglianze: si tratta di trovare la somiglianza, l’identico del molteplice. Nella polis bisogna tenere insieme i molti, creare armonia perché la città diventi kallipolis, perfetta.

Il conflitto va ordinato, contenuto. Bisogna creare il nomos, diceva C. Schmitt, un ordinamento concreto, uno spazio organizzato. Per Machiavelli le differenze vanno armonizzate per progettare uno Stato. In fondo il princeps deve essere creator pacis, pacificatore.

Il potere va conquistato e conservato, è “bestia centaurica” “volpe e lione”, richiede “ars dissimulatoria”, “usarlo e non usarlo secondo necessitate”.  L’animo del politico deve disporsi secondo gli eventi, “non partirsi dal bene potendo, intrare nel male necessitati”. Bisogna essere sulla “cosa”, in re reus, sporcarsi se necessario, comunque rispondere, essere responsabili. Deve fare i conti con la fortuna che non è mai domata; tutto si muove, niente è statico.

Il principe savio agisce “in natura impattata”, impazzita. Secondo l’arte del possibile usa la guerra per la pace.  Ognuno vuole soddisfare i propri appetiti e la convergenza non è scontata. Il bene comune va costruito, l’equilibrio resta inquieto. Devono congiungersi virtù e fortuna; bisogna cogliere l’occasione, la sporgenza che la realtà offre per la virtù.

La verità ha a che fare con la natura umana “in costante insicurezza” che però cerca sicurezza e pace. L’uomo è “poter generare tutto e non poter conseguire tutto quel che desidera”; ha infinità di fini senza i mezzi necessari per conseguirli tutti. Il politico è chiamato a gestirli e offrirli, sempre soggetto al fallimento.

Roma è l’esempio da seguire. Nella Roma repubblicana – per Machiavelli la vera – virtù e fortuna si sono incontrati. Ciò che rese Roma grande furono i tumulti, i conflitti tra nobiltà e plebe, e Roma “si raccolse, costruì diritto e ricchezza, tra gli umori del popolo e dei grandi, il primo non volendo essere oppresso, i grandi volendo opprimere”.

La concezione della storia di Machiavelli si distacca da quella cristiana. Nella concezione cristiana il tempo procede verso la salvezza. Nella Civitas Dei di Agostino il tempo è tempo di lotta, “conflitto tra la città dell’uomo e la città di Dio, tra chi vive nella gloria di sé fino al disprezzo di Dio, e chi vive nella gloria di Dio fino al disprezzo di sé”. L’ordine del cristiano, che è pellegrino, è quello dell’amore, della carità, delle virtù. Amando si salva, nella gloria eterna.

Per Machiavelli l’uomo si salva se si libera da questa città di Dio. La salvezza è qui, ora. Con forza dobbiamo agire nella città mondana. La liberazione è nella storia non fuori. Aver posto il fine nostro fuori “ha effeminato il mondo e disarmato il cielo”. “I principi cristiani sono impotenti, agiscono per amore della felicità eterna”. Invece bisogna sporcarsi le mani con il mondo. Le virtù cristiane, cioè l’indulgenza la speranza la carità la compassione la fede l’umiltà, sono controproducenti, “disintegrano il secolo, conducono allo sfacelo”. “Quei principi hanno fatto cose grandi tenendo poco conto della fede ma fondandosi su azione e fedeltà nuove”.

Il principe di Machiavelli è un redentore ma pensa ad una salvezza immanente. Cerca la pace che è profana, mai definitiva, sempre in affanno per tenere insieme “le cupidità di guadagno”. Guarda la fortuna, che può portare al fallimento. Vuole nobilitare la vita terrena ma sa di trovarsi su terra di terremoti, di agire sull’orlo dell’abisso.

(Sintesi della lezione di Edoardo Dallari a dal titolo La verità effettuale in Machiavelli nell’ambito di Noesis all’Auditorium Mascheroni del 29 novembre 2022)

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