Il titolo è preso dall’opera di Agostino, un dialogo che si sviluppa attorno ad una celebre affermazione di Paolo di Tarso: ”C’è in me il desiderio del bene ma non la capacità di attuarlo; io infatti non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo ma il peccato che abita in me”. La libertà nasce dal desiderio, vive un momento di sospensione, si conclude nella decisione e nella scelta. Alcuni parlano di condizionamento o determinismo, altri sottolineano il fatto che sono io che la determino e di cui mi sento responsabile. Dal latino liberare libra, bilancia. Fatta la scelta ci si sente in pace con se stessi se la scelta è buona, insoddisfatti se la scelta è sbagliata.

Per Platone il daimon accompagna la scelta. Racconta nel mito di Er che l’anima giunge nell’al di là al cospetto delle Moire: Cloto che fila la tela della vita, Lachesi che decide la trama, Atropo che recide. L’anima beve poi dal fiume Lete per dimenticare la vita trascorsa. Dopo un certo tempo ritorna per una nuova vita con un nuovo destino. Il destino va interpretato, assecondato, non contrastato. Il daimon a ciascuno assegnato aiuta. Bisogna però assecondarlo. Come? Conoscendo e imparando. Una buona educazione ci fa crescere in armonia. Diversamente l’uomo rischia di essere trascinato e travolto come uno schiavo legato al carro. Chi sa agisce bene, l’ignorante cade in errore e fa il male.

Sant’Agostino (354-430 d.C.) in polemica con i manichei afferma la bontà della creazione e la superiorità di Dio sul male. Il male non viene da Dio. Dio è pienezza di bene, è l’essere. Il male è mancanza d’essere. L’uomo lo sceglie, si distoglie da Dio e preferisce i beni terreni. In verità come creatura di Dio è capace di fare il bene, di inserirsi nell’opera divina, di aprirsi alla parola di Dio. Più tardi Agostino, in polemica con Pelagio che accentua l’autonomia dell’uomo nella salvezza, afferma con forza l’indispensabilità della grazia. Le opere buone seguono la grazia, non bastano da sole. Vana sarebbe l’opera di Cristo. L’uomo non si salva con le sole sue forze. Senza l’appoggio di Dio cadiamo. A tal punto Agostino spinge sulla debolezza dell’uomo peccatore fino ad proporre la dottrina della predestinazione: la salvezza e la dannazione sono nelle mani e nella mente di Dio. Non è forse detto nell’Esodo che “Dio indurisce il cuore del faraone”? Sembra così a repentaglio la libertà dell’uomo. L’uomo è fuori causa? No, Dio guarda e prende atto della scelta che noi operiamo.

Uno scontro analogo pur in tutt’altro contesto storico si ripropose tra Erasmo e Lutero. L’umanista Erasmo (De libero arbitrio 1524) colse la novità ma anche l’intransigenza della posizione di Lutero. Afferma che la novità cristiana è stata annunciata dai saggi antichi. L’uomo è creatura debole ma i suoi sforzi non sono vani. Ha bisogno del Padre che lo sostiene e guida ma le sue azioni contano. Dio lo ha rivestito di doni e qualità fino ad elevarlo sulle creature e di tale privilegio è responsabile. La Chiesa ha pur bisogno di riforma, è attraversata da corruzione e mercimoni, ma va salvaguardata e le istituzioni vanno riformate non distrutte.

Lutero (1483-1546 d.C.),che era un agostiniano,gli rispose (De servo arbitrio) accentuando il primato della grazia. E’ Dio che giustifica, la salvezza non viene da noi.  Il giusto vive mediante la fede, senza le opere della legge. In preda al peccato, incapaci di bene, destinati alla perdizione, sospesi sul burrone della dannazione Dio ci soccorre. A lui ci dobbiamo affidare. La fede salva, non le opere. Dio ci salva con il suo amore, mediante il Cristo. Con la sua morte ci ha liberati.

La cristianità si divise e così l’Europa: contrasti religiosi e lotte sociali, guerre di principi e di contadini. Ci fu alla fine il compromesso, cuius regio eius et religio: il suddito si adeguava alla religione del re. Passarono anni prima di arrivare alla tolleranza e ad una nuova stagione di libertà. Giova qui riprendere le parole di Virgilio a Dante allorché si congeda:  “Non aspettar mio dir più né mio cenno; / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch’io te sovra te corono e mitrio.” (Purg. XXVII, 139 ss).

A cura di Mauro Malighetti


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