El Greco (1541-1614) è il soprannome che si darà fuori dalla sua terra, Creta, dove era nato e formato dipingendo e indorando icone. L’oro era il colore della divinità e all’oro sarà collegato come illustre rappresentante del Siglo de Oro, il Rinascimento spagnolo. Era l’oro che i conquistadores cercavano e che divenne il valore mercantile di una classe in ascesa e che declassava la vecchia casta sacerdotale.

Alla tradizione greca rimanda un pannello della cattedrale di Emoupoli che rappresenta la Dormizione di Maria, secondo la visione della Chiesa ortodossa: nel sonno la Madre di Dio (theotokòs) era stata “assunta”  in cielo con il corpo. Al periodo cretese risale il San Luca che ritrae la vergine con il bimbo, altro tema caro alla tradizione iconografica orientale. Poi da Candia – oggi Heraklion – allora terra della Serenissima, dove lavorava con successo come iconografo, andò a Venezia. Entrò nella bottega di Tiziano. Ce lo dice in una lettera Claudio Clovio, altro grande miniaturista, che lo presentò al mecenate e cardinale Alessandro Farnese come artista promettente. Alla tradizione veneziana si collega il San Lorenzo al rogo, realizzato a Toledo, se non altro per quella dalmatica con broccati di cui il Santo è vestito mentre tiene la griglia, simbolo del martirio. Vide all’opera Tintoretto nella Scuola Grande di San Rocco e imparò l’uso del colore e la resa dello spazio. In Santa Maria egiziaca c’è affinità con le sue opere future per quelle tenebre che avvolgono la Santa dall’aureola dorata e i lampi di luce. Imparò da Jacopo da Bassano come osserviamo in la Salita al Calvario dove Gesù incontra la Veronica (vera-icone), raffigurazione che ha dell’istantanea: Gesù che si volta, il volto impresso sul velo, Veronica che guarda il panno. Conobbe il Veronese dei fastosi scenari e dei vortici di cori celesti.

Nel 1570 El Greco era a Roma. Si iscrisse nella milizia cristiana (miles christianus) di Erasmo da Rotterdam. Cessate erano le crociate ma non il pericolo turco. Eravamo alla vigilia della Battaglia di Lepanto. El Greco si fece interprete della nuova visione dell’arte introdotta dal Concilio di Trento. La lezione di San Carlo era per un’arte austera, essenziale, cristocentrica. Conforme ai canoni della Controriforma era per esempio il tema della penitenza come in Maddalena penitente. Peccatrice o seguace prediletta dal Maestro, la donna si staglia sulla roccia avvolta nel manto azzurro lasciando scoperte le spalle. Così il tema del Crocifisso, segno per eccellenza della Redenzione, come in San Francesco in preghiera (Toledo, 1582). Si firmava Domìnikos Theotokòpoulos. A Roma si confrontò con i modelli classici, imparò da Raffaello, vide gli angeli corposi di Michelangelo (Giudizio universale). Ebbe consensi ma si procurò inimicizie, per invidia o per i suoi atteggiamenti non convenzionali.

La definitiva tappa fu in Spagna, allora potenza emergente. Vide una nuova opportunità di lavoro; si stava costruendo l’Escorial, voluto da Filippo II. Fu il periodo più fecondo. Lavorò a Toledo, ormai ex-capitale. Fu apprezzato e corteggiato. Ebbe una clientela prevalentemente religiosa; la religione aveva radici nelle sue conoscenze e nella sua sensibilità. Uno dei dipinti è La Trinità, per il monastero di S. Domenico: un cielo luminoso, il Padre che guarda con dolore il figlio morto. Tra le ultime opere è L’Adorazione dei pastori, forme allungate che aggiungono forza espressiva, una composizione che si avvolge a spirale in un movimento ascensionale. Evidenti sono i richiami al periodo veneziano (Correggio).

C’era una spaccatura culturale, tra la Spagna dell’Inquisizione e Venezia; le mura di Bergamo non si opponevano solo fisicamente alla Milano spagnola. Ma rimanevano vive in lui le prime radici. Si chiamerà per sempre El Greco.

A cura di Mauro Malighetti

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