La notizia è ufficiale: Placido Domingo inaugurerà il “nuovo” teatro Donizetti, fresco di ristrutturazione, interpretando la parte del protagonista nell’opera donizettiana Belisario il prossimo 19 novembre. Wow!

Grande evento? Folle plaudenti alla star mondiale della lirica?  Tutt’altro. Fumo negli occhi. Illusionismo mediatico. Come può un’ottantenne sostenere validamente (sottolineato: validamente) un ruolo – peraltro non suo e, ancor più, non nelle sue corde? Siamo di fronte all’ennesima gaffe (eufemismo) da parte di una direzione artistica e musicale sempre più indirizzata verso l’insostenibile leggerezza della forma piuttosto che verso la credibile elaborazione della sostanza.

Ancora una volta le scelte di Francesco Micheli & friends costeranno care alle casse comunali (alias alle tasche dei contribuenti bergamaschi) senza lasciare un segno tangibile nella costruzione e ricostruzione donizettiana: alto spessore artistico, storico, drammaturgico, capace di catturare l’immaginario collettivo del melomane e dello studioso, come quello del l’appassionato e del turista, o del viaggiatore interessato e non. E, conseguentemente, senza portare a quel fatidico salto di qualità (inseguito da tempo e fiore all’occhiello di questa amministrazione) in grado di imporre il festival lirico dedicato a Gaetano Donizetti nel panorama internazionale dei grandi tour culturali e turistici col sostegno delle agenzie specializzate.

Come peraltro è successo per analoghe manifestazioni in altre città italiane e non, dove la programmazione è stata affidata a persone e competenze che non hanno seguito ambizioni più o meno autoreferenziali inclini alle sirene mediatiche, ma si sono espresse sulla base di studi analitici e filologici, ricerche trasversali, comitati scientifici, scelte culturali polivalenti e multidisciplinari. Ma anche a regie non dettate dalla trasgressione a tutti i costi nel nome di una modernità di superficie dove spesso la musica pare destinata a funzione di soprammobile a livello di mercato delle pulci, quasi fosse un pezzo o una parte di scenografia.

In questi anni dell’amministrazione Gori si è avuta l’impressione che prima di Donizetti sia prevalso un disegno e un’immagine “altri”, extra musicali dettati da aspirazioni di protagonismo simildivismo hollywoodiano (in cartapesta).
Ma veniamo alle ragioni che giustificano una critica della riapertura del nostro massimo teatro nel segno di Domingo con conseguente ennesimo “fallimento” di un grande DONIZETTI OPERA FESTIVAL. E forse anche più: di una “offesa” (nel senso eminentemente artistico ovviamente) di Gaetano
Donizetti stesso. Infatti il compositore di Borgo Canale avrebbe logicamente e ovviamente e responsabilmente meritato un interprete all’altezza del suo repertorio ancorché acclamato baritono, visto e considerato che il ruolo di Belisario non è tenore né baritonetto come avrebbe detto Gavazzeni: altro bergamasco doc non sempre riconosciuto e degnamente onorato dalla sua stessa città.

Placido Domingo com’è noto ha avuto (per l’appunto ha avuto) una strabiliante carriera piena di successi: per alcuni il più grande tenore (tenore appunto) del ‘900. Alla soglia dei 70 anni, quando ormai le corde vocali non gli consentivano più i do di petto, si è dato prima alla direzione d’orchestra e poi alla voce di baritono. Con esiti peraltro criticati e mai convincenti. Basta rileggere la rassegna stampa delle recensioni al “Simon Bocca Negra” (per non citare che un esempio) del 2010 allestito dal Teatro alla Scala: le più formali davano atto al coraggio e all’entusiasmo artistico del solista spagnolo, ma la più parte di esse stroncavano l’improbabile prestazione di Domingo nel ruolo baritonale del Doge.

Ora dopo ben 10 anni, alla soglia degli 80 che il cantante madrileno compirà il 21 gennaio due mesi dopo la performance bergamasca, la nostra lungimirante direzione artistica e musicale invitano l’anziano fuori ruolo cantante iberico, nientemeno che a inaugurare teatro e stagione. E si invita un cantante che mai si è cimentato con la musica di Donizetti in un ruolo baritonale. Senza contare i costi che tale impegno comporteranno: e bisognerebbe conoscerli finalmente anche i costi del Teatro Donizetti in totale trasparenza. Sono pur sempre soldi di tutti noi.

Di certo si sa già che un posto in platea costerà al “povero” appassionato bergamasco la bellezza di qualche centinaio di euro! Per un’opera in forma di concerto per di più. Ne vale la pena? Ne valeva la pena? Cosa direbbero i tifosi se a inaugurare il nuovo stadio dell’Atalanta si invitasse il grande Glenn Stromberg nel ruolo di bomber anche solo per una partita? Più che onorare Donizetti dunque non se ne sminuisce l’importanza celebrandolo inadeguatamente?

Possibile che fra gli addetti ai lavori non sia scaturito un barlume di buon senso artistico. Non ci riferiamo all’assessore Nadia Ghisalberti e nemmeno al sindaco Giorgio Gori cui non possiamo chiedere anche competenze musicali tanto meno liriche! Anche se un assessore alla Cultura qualcosa dovrebbe pur saperne, e un sindaco anche almeno in merito ai conti e ai tornaconti.
Ancora una volta: possibile che nella Fondazione Donizetti non si sia levata una voce competente a indicare una più congrua, elevata, musicale, prestigiosa scelta artistica degna dell’evento?
Rimane un dubbio accanto a una delusione: perché? Una risposta abbiamo cercato di fornirla. Modestamente e senza pretese di convincere nessuno.
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