L’immagine di Papa Francesco che, in piena pandemia e sotto un cielo cupo avanza come homo viator nella deserta Piazza San Pietro e si ferma in preghiera, sotto il crocifisso è emblema della solitudine.


Il Crocifisso evoca il Dio che muore. La modernità ha visto nella morte di Dio inaugurarsi una nuova epoca, dell’umanità liberata, emancipata, autosufficiente. Così pronta alle suggestioni della mitologia greca non sa cogliere le simbologie cristiane: il Crocifisso non è tanto colui che è abbandonato ma anche colui che si abbandona al Padre. Il suo è un annuncio di salvezza. Il Crocifisso toglie l’insignificanza del dolore e della morte.

Kierkegaard faceva una distinzione tra Socrate e Gesù: Socrate è l’uomo che muore da Dio, Gesù è Dio che muore da uomo. La redenzione di Cristo dà significato alla storia senza annullare la storia. La solitudine in lui è misteriosa comunione.

Il fine dell’uomo non è la fine né si tratta di prolungamento all’infinito, ma di una trasformazione dell’esistenza. Leibniz si chiedeva perché l’essere e non il nulla, qui la domanda è: perché il nulla? Per il cristiano l’assenza rimanda a una presenza, non sento la presenza di chi non c’è ma sento la sua assenza.

La solitudine è angoscia ma non coincide con essa. La solitudine è un crogiuolo di sentimenti e di relazioni. Di solitudine narrano filosofi e poeti ma ogni narrazione è sempre comunicazione, sia per chi parla che per chi ascolta. La solitudine non è semplice isolamento; la solitudine è un vissuto che può essere raccontato e saputo. Non è angoscia o depressione che lascia senza parola. Può diventare afasia, può essere malattia quando viene a mancare quella confidenza di sé che permette di reggere il tempo. La narrazione invece dà senso e sollievo all’esperienza umana.

La solitudine è ambivalente. La più costante delle occupazioni non è fuggire dalla solitudine se la solitudine non fosse la nostra esperienza originale e costante (Nicolas Grimaldi, Traité des solitudes). L’uomo fugge dalla solitudine come animale sociale. Alla comunità ci lega il corpo e il linguaggio. Il corpo ci avverte di noi e degli altri, il linguaggio ci consolida come soggetto tra soggetti.

Bergson cita Kipling il quale racconta di una guardia forestale in India che ogni sera a cena si veste del suo abito nero come segno di rispetto verso sé stessi. L’uomo vuole la sua dignità, ma la dignità sta nel riconoscimento. Dove la società scompare non c’è dignità. Quanta fame di riconoscimento si respira nei social!

Isolamento non è solitudine. Ci si può sentire soli in mezzo alla folla.

Amico mio fuggi nella tua solitudine. Ti vedo assediato dai grandi uomini e punzecchiato da uomini piccoli. La foresta e il macigno sanno tacere dignitosamente. Là dove la solitudine finisce comincia il mercato e dove comincia il mercato comincia il fracasso e il ronzio delle mosche” (Nietzsche).

Quanto è prezioso il silenzio! “la vita rimane sana solo quando rinnova l’esperienza della solitudine” (Guardini). Nelle decisioni siamo soli. La solitudine è coscienza di pienezza, vi affiora la nostra storia, fatta di ricordi di persone di affetti.

Solitudine non è solipsismo che è incomunicabilità. Sartre fa sottilmente notare che lo sguardo non è oggettivabile, è soltanto mio. Io posso cogliere me come sguardo non l’altro nel suo guardare. Non colgo l’altro come soggetto che guarda, semmai mi sento oggetto, cioè guardato da lui. Levinas aggiungerà: guardando l’altro scopro la mia responsabilità perché l’altro mi chiama e io devo rispondere. Jonas a sua volta: non basta rispondere, devo prendermi cura dell’altro, come la mamma si prende cura del suo bambino perché non cada nel nulla.

Per Sartre il rapporto con gli altri è conflittuale (“l’inferno sono gli altri”). Invece nello sguardo c’è anche l’intesa. E’ vero: le tecnologie hanno cambiato il modello della relazione. Accelerano incontri ma tolgono una parte dell’esperire. Si accentua l’uso utilitaristico: studenti che preferiscono seguire da remoto. Diventiamo consumatori di immagini, partecipi ma non attori. Connessione non equivale a relazione. La Arendt invita ad andare alla radice, alla riscoperta del fondamento della relazione.

Riflettendo sulla solitudine ci rendiamo conto di quanta creatività nasconda.  Gesù ammonisce: “quando preghi entra nella tua stanza e chiusa la porta rivolgiti al Padre tuo in segreto”. Ci sono aspetti della vita da custodire e preservare dallo sguardo degli altri. Agostino ripete: “non uscire da te stesso, rientra in te”.

La filosofia nasce dalla meraviglia, ma alberga nella solitudine.

Sintesi di Mauro Malighetti della lezione di Adriano Pessina all’auditorium del liceo Mascheroni di Bergamo (26 aprile 2022) nell’ambito della programmazione di Noesis


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