Per i cabalisti e i cultori dei codici esoterici, la data del 30 aprile potrebbe essere interessante. Tanto per dire, nel ’45 Hitler (pure cultore esoterico) si dà la morte con due capsule di cianuro ed due colpi di pistola insieme ad Eva Braun, sposata il giorno prima.

Nel 2011 il Principe di Galles William sposa Catherine Middleton, più tardi abdicherà al trono. Nel mezzo, nel 1975, i Khmer rossi entrano in Saigon: è la prima sconfitta in guerra degli americani, cui restano tanti figli da piangere ed il fango delle Hills vietnamite, buone per farci film di successo. Storie di matrimoni e morti, potere e tragedie, amore e follie.

Ma tra tutte, scelgo le madri di Plaza de Maio, Buenos Aires, le madri che il 30 aprile del 1977 si radunarono per la prima volta davanti alla Casa Rosada per chiedere notizie dei loro figli, fatti sparire dall’efferata dittatura di Videla nello sconosciuto cimitero dei desaparecidos: i militari gli intimarono di circolare (non erano consentiti assembramenti per non turbare l’ordine pubblico), e allora loro cominciarono a girare in Piazza, a fare la ronda attorno all’obelisco bianco dell’indipendenza, i loro passi sul selciato rossiccio furono l’inizio di un viaggio che, partito per caso e per motivi personali, diventerà pubblico e simbolo della rivendicazione di valori universali quali l’amore materno, la giustizia ed i diritti civili, a cominciare da quello alla vita.

Quel giorno (era un sabato), erano in poche (una quindicina), ma da allora si ritrovano ogni giovedì pomeriggio, alle 15,30, e sono cresciute di numero e di età, le madres sono diventate avuelas (nonne), quelle che non ci sono più sono state sostituite da parenti (donne), e continuano a rivendicare notizie sui cari spariti. Le hanno battezzate “Las Locas”, le pazze, perché, donne inermi, hanno avuto l’ardire e l’incoscienza di affrontare il mostro armate solo di coraggio e di un fazzoletto bianco in testa come divisa di riconoscimento, imponendosi all’attenzione del mondo intero, e togliendo il velo ai crimini disumani di un regime fondato sul terrore. Tutto questo nel silenzio assordante del mondo intero, gli Usa erano i padrini di quella dittatura, l’URSS aveva con l’Argentina rapporti commerciali troppo importanti e troppi scheletri negli armadi per poter dare lezioni agli altri, l’Italia era quella di Licio Gelli che tra i tesserati alla sua P2 aveva ministri e generali argentini, la Chiesa della gerarchia era rappresentata dal nunzio apostolico Mons. Pio Laghi che giocava regolarmente a tennis con Emilio Eduardo Massera (“Non si può fucilare senza l’assenso del Papa”), capo di stato maggiore titolare della marina militare.

In Italia solo Il Tuttosport di GP Ormezzano ha il coraggio di denunciare i soprusi del regime. La dittatura attraversa indenne anche il Mundial del 78, anzi ne esce rafforzata in quanto vincitrice insieme alla sua Nazionale, poco importa dei favori arbitrali, peruani, e della dea Eupalla che all’ultimo minuto della finalissima obbliga il pallone toccato dal tulipano Rensenbrink a fare due giri di tango prima di baciare il palo e fare casquè tra le braccia di un incredulo Fillol, morto e risorto con una nazione intera nel giro di tre secondi. Le urla di gioia e dei festeggiamenti che seguono ai gol del Marito e di Bertoni nei supplementari coprono le urla di dolore che provengono dalla vicina EsMA, più il popolo urla festante, e più le torture aumentano. Chi non china il capo e non partecipa è destinato a sparire, se appartenente alla gente comune, mentre i personaggi in vista come il capitano bluceleste Jorge Carrascosa, che si rifiuta di partecipare al Mundial, o il giovane console italiano Enrico Calamai che dà rifugio e salva centinaia di italiani, è destinato all’oblio.

Las Locas invece sono più forti di ogni brutalità, spinte dall’amore materno e dal desiderio di giustizia, capiscono che la loro tragedia personale è un tassello di una tragedia collettiva, e continuano a girare, a sfidare il potere, a cercare la solidarietà di chi non si gira dall’altra parte o non assume una posizione indegnamente neutrale, non si rassegnano alla prepotenza del più forte e del più vile, e riescono a rendere pubblici i crimini del regime e portare al banco degli imputati i “ladri di vita”. Sanno non è finita e continuano a girare, sono ancora in tanti, degli oltre 30’000 caricati a forza sulle Ford Falcon senza targa ed evaporati nel nulla, ad avere avuto una fine senza risposta, troppi voli della morte sono ancora coperti da mistero, c’è ancora bisogno di fare luce sui “roghi dei bebè”, i bambini fatti nascere nei lager e poi, ammazzata la madre, ceduti a coppie vicine al regime desiderose di fare famiglia: spesso, da grandi, scoprono di non essere cresciuti nella famiglia naturale, e che quello che hanno sempre conosciuto come il padre, è l’aguzzino della madre naturale.

Dopo la caduta della dittatura, è stata istituita una commissione (Comisiòn Sabato, dal suo presidente Ernesto Sabato) che ha redatto un rapporto chiamato “Nunca Mas”, “Mai più”: era l’espressione usata per i sopravvissuti ebrei alla rivolta del ghetto di Varsavia, e che sentiamo ripetere e reclamare ancora oggi. “Nunca mas”, ed invece è “Todavia”, “Ancora”. Niente, il sapiens ha usurpato l’appellativo e perpetua “l’eterno ritorno” della tragedia, cambia solo il proscenio, la platea assiste e giudica in un crescente tripudio cacofonico, almeno fin quando non sarà toccata direttamente.

Nunca mas”, è così difficile?

“больше никогда”  (“bol’she nikogda”)

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