Nel romanzo incompiuto di Novalis ambientato nell’Egitto mitizzato un novizio entra nel tempio della dea Iside e violando il divieto solleva il velo che la ricopre. “Cosa vide (Sahe er)? Meraviglia delle meraviglie, vide sé stesso (Er sah Wunder des Wunders, Sich Selbst)” (I discepoli di Sais). In un’altra versione Novalis racconta di due amanti Giacinto e Fior di Rosa che separati dalla sorte vanno in infinito pellegrinare l’uno in cerca dell’altro. Questa volta allo scoprimento del velo della dea, Giacinto vede Fior di rosa che gli cade tra le braccia.

L’uomo vuole svelare il segreto che si nasconde nella Natura. La filosofia è domanda, ricerca dell’origine e delle ragioni. L’uomo prova stupore, in senso negativo come per Enea l’orrendo spettacolo di Troia in fiamme, o in senso positivo come per Kant il cielo stellato e la legge morale che è in noi.  

Dagli albori della filosofia l’uomo si è posto in ricerca. Si è trovato davanti ad un velo (P. Hadot, Il velo di Iside).  La natura ama nascondersi (Eraclito) come l’io profondo che nella natura si specchia. L’uomo filosofico vuole togliere il velo ma non alla maniera delle scienze moderne che calcolano, sezionano, riducono e finiscono per cogliere la superficie, se non proprio a profanare. Schiller mette in guardia dallo squarciare quel velo che potrebbe nascondere qualcosa di insopportabile; per essere felici meglio non sapere.

La cultura greca guardava con fiducia: la ragione (logos) aiuta a capire le leggi che governano il mondo e quindi a vivere meglio. Il mondo è kòsmos non kaos. La legge che governa la natura è armonia, ordine, intelligenza, addirittura amore. Rivela “mirabilia”, spettacolo bello a vedersi. Il dio Thaumas è imparentato con Iride, personificazione dell’arcobaleno.

Conoscere il mondo procede con la coscienza di sé. Conoscere significa curare, cura dell’anima e cura politica. Ne hanno parlato diversi autori, dal platonismo al neoplatonismo. Si potrebbe dire nel linguaggio di Platone, è una catena d’oro che dà luce e vita, che a noi è giunta, capace di svelare la dea di Sais. Non è corda di vizi assecondati che ci tira giù ma sono fili interiori di virtù che elevano.

A Sais la statua della dea reca l’iscrizione: io sono ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà e il mio peplo non è stato ancora sollevato da nessun mortale” (Plutarco). Nel tempo si nasconde il segreto dell’essere. Iside tiene in braccio il figlio che secondo l’iconografia della religione egiziana ha testa di falco, presto trasformata dai cristiani in viso di bimbo. Il figlio esplicita la temporalità. L’eternità è svolta nel tempo.

La divinità abbraccia il tempo ed è oltre il tempo. Come si deduce dall’altrettanto enigmatica risposta di Dio a Mosé sul Sinai: “Io sono colui che sono”, secondo la versione greca della Bibbia dei Settanta (Esodo 3). Per il filosofo ebreo Filone Alessandrino l’espressione ebraica, dato che la lingua non ha coniugazione verbale, va resa con “sarò quel che ero” e indica l’essere a-temporale di Dio. Dio domina il tempo.

Sul tempio di Apollo a Delfi era scolpita anche una lettera,  la E di epsilon: accenna alla seconda persona del verbo essere cioè “tu sei” dove il Tu è Dio. Davanti al dio che veracemente “È”, il fedele si sente come “chi non è” e come tale si deve riconoscere. Quel “conosci te stesso” è perciò un invito a riconoscere la propria limitatezza.

Conoscere sé non va inteso in senso solipsistico, alla maniera di Cartesio che di tutto e di tutti dubita tranne che dell’io, salvo poi non uscirne più.

L’io della filosofia greca è diverso, vede l’altro, si specchia nell’altro come la pupilla permette di vedermi nell’occhio dell’altro. Nel dialogo mi confermo. La cura dell’altro è cura di me.

Plotino scopre nella conoscenza di sé il divino. Nell’anima c’è l’Uno, il principio di tutto, il fondamento dell’io. La verità, cercata fuori, si trova dentro di sé. Ai discepoli raccomanda: cercate di condurre l’uno che è in voi nell’Uno che è l’universo. Riunificate il divino dentro con il divino fuori. Se l’anima rincorre le novità del mondo, poi si ritrae nauseata. Il parlare disperde nel molteplice e finisce per farci errare o ha bisogno di continua correzione. L’anima che conosce l’Uno diventa pura luce che si fonde con la luce divina. E’ il momento (kairòs), semplice contatto, come il bacio che è fusione degli amanti. Il fine (telos) dell’anima è vedere Dio, la luce, grazie alla quale si può vedere ogni cosa.

E come questo è possibile? Spogliandosi di tutto, àfele pànta.


Sintesi di Mauro Malighetti della lezione del filosofo Giuseppe Girgenti all’Auditorium del Liceo Mascheroni di Bergamo (13 novembre 2021) nell’ambito della programmazione di Noesis


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