Ho deciso. D’ora in poi non dichiarerò mai più di abbandonare una partita a scacchi anche se disastrosamente persa. Perchè spingere ancor di più l’avversario verso il traguardo quando già fila via veloce in discesa? No. Resterò fino al matto. Non firmerò il formulario fintantoché il mio Re abbia ancora una casa di fuga. Non è orgoglio il mio. Solo che la vita è un qualcosa di imprevedibile e in un secondo tutto può succedere.Non che auguri una sincope a chi mi sta di fronte però l’ansia di vincere in fretta, la tensione di guadagnare un punto in classifica, può portare ad errori grossolani che possono compromettere una partita già in tasca per la fredda logica. In fondo anche Tartakower sosteneva che la cosa più difficile negli scacchi “è vincere una partita vinta”. Se è così sta al mio avversario dimostrarlo e non a me compiacerlo con una stretta di mano anticipata. All’ultimo turno dell’Open Chess Bergamo (torneo amatori) io e il mago dei trucchi della nonna, il buon Conti, presentavamo sulla scacchiera il seguente bilancio di pezzi: un Re e una Torre per me e un Re, una Torre e due Cavalli per il mio contendente. Vuoi cosa avreste fatto? Un amico di circolo sussurrava che sarebbe stato dignitoso abbandonare. Forse. Ma io ho continuato. Se la posizione era superiore stava al mio avversario trovare il bandolo della matassa.


Intorno a noi, nel frattempo, s’era infittito un gruppo di persone. Anche l’arbitro ci osservava attento per la regola delle 50 mosse senza catture e senza mosse di pedoni, ormai lì estinti. Non vi tedio con il dettaglio delle mosse e delle strategie di ognuno. Vi basti sapere che a alla quarantesima mossa delle cinquanta con le quali avrebbe dovuto mattarmi l’avversario è obbligato a mangiermi la torre e io la sua. Patta. Non ho trattenuto un gesto di felicità rabbiosa mentre all’avversario altro non è restato che rimettere a posto le bretelle e con grande senso del gioco firmare senza rimuginii il mezzo punto ciascuno. Ho rubato la patta? Potete pernsarlo. Semplicente ho lottato fino all’ultimo. Anche ad Ettore gli dei avevano profetizzato la sconfitta. Non per questo s’è arrerragliato nelle mura troiane. E’ uscito e ha affrontato il beffardo Achille. Gli scacchi sono soprattutto lotta sosteneva Lasker nel celebre “Common sense in chess“. Perchè allora abbandonare l’arena quando la campana non ha ancora suonato? Resistete gente, resistete. In fondo la vita non è che un perenne esercizio di resistenza. 


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Autore

Bruno Silini

Giornalista di PrimaBergamo, precedentemente dell'Eco di Bergamo. Blogger, content editor, esperto di social network. Autore con Evi Crotti e Alberto Magni del libro "L'immagine e l'anima. Donne famose del '900" pubblicato nel 2007. Nello staff comunicazione della Cisl Bergamo. Iscritto all'albo dei giornalisti della Lombardia.

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