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Alessandro Ceroni

Arrivo subito al dunque: se mi sono sentito anch’io campione del mondo è stato l’11 luglio dell’82, fu vera festa e vera gloria nazionale, un percorso netto senza aiutini, rigorini, colpi di testa alla Zidane, compiuto da una collezione unica e irripetibile di persone e campioni straordinari, trovatemi un calciatore di quella nazionale che non fosse un campione vero, dentro e fuori campo. Se devo fare un confronto, la vittoria dell’82 batte quella del 2006 10-0.

La mia amica Vania dice che ha fatto l’orale dell’esame di maturità il giorno 12 luglio dell’82, alle 8,30, quindi all’alba del giorno dopo: per fortuna anche lei è un po’ tedesca e non si è lasciata intimidire, ed io un italiano che la maturità l’ha fatta l’anno prima, fosse toccato a me mi sarei presentato arrivando direttamente dai festeggiamenti, fradicio.

Vidi la partita in pizzeria con amici, il ricordo più vivo, a parte le icone dell’urlo tardelliano o del labiale pertiniano “non ci prendono più”, sono le sigarette degli amici spente sul viso di Uli Stieliche ogni volta che appariva in primo piano sul Telefunken d’ordinanza: era l’emblema perfetto del soldato prussiano, combattente duro, determinato più di chiunque altro, uno che sarebbe morto sul campo pur di vincere, figuriamoci se gli fregava essere simpatico. Più combatteva e soffriva, e maggiore era la nostra soddisfazione: era la nostra rivincita contro un vincente nato, lui rappresentava la Germania sempre capace di risorgere più forte di prima dagli smembramenti imposti dai congressi postbellici, mentre noi, dai tempi dei viaggiatori e diaristi in Grand Tour, l’Italia del conformismo coatto e cortigiano.

Noi purtroppo siamo quelli lì, l’abbiamo confermato anche nell’ultima guerra, con i tedeschi non è che ci comportammo bene: erano i nostri alleati, poi quando iniziò la malparata, cambiammo casacca sperando che non si accorgessero e non si incazzassero. Poi abbiamo pensato di consolarci rinfacciandogli Hitler, ma dimenticando che era austriaco e cattolico, quindi quasi come il Pelatone predappiano che invece è tutto nostro, non c’è trucco e non c’è inganno. Loro nel mito dell’efficienza, noi nell’ombra del cialtronismo, che goduria batterli!

Era l’Italia di Pertini Presidente della Repubblica e di Spadolini primo Presidente del Consiglio non DC, che doveva fare l’equilibrista per tenere in piedi il pentapartito, una sorta di omologo del calcetto a 5 della politica. Pertini invece era il partigiano tutto d’un pezzo che testimoniò magnificamente il suo storico antifascismo nel cuore di quella Spagna in cui El Caudillo Francisco Franco era mancato solo 7 anni prima dopo aver nominato come suo successore il fantoccio (secondo il suo piano) re Juan Carlos, che stava seduto in tribuna spaesato come un boy scout in Vietnam. Il feeling di Pertini con Bearzot era totale, dettato dai loro grandi valori morali, la pipa oggetto di regali reciproci serviva per rafforzarli: anche Leonardo Vecchiet, medico della nazionale e consigliere di Bearzot fumava la pipa, come pure il Gioan Brera presente in tribuna, grande giornalista e scrittore col quale però il feeling non era così intenso, anzi.

A casa poi c’era Luciano Lama, il Segretario della CGIL, il maggior sindacato italiano, anche lui grande fumatore di pipa. Insomma la pipa come leitmotiv, tant’è che per qualcuno era l’Italia delle pipe. I partiti di allora, pur con tutti i loro limiti, avevano ancora nomi legati ai loro programmi politici, non avevano bisogno di sentimentalismi sdolcinati e populisti per catturare consensi in carenza di idee. Se urlavi “Forza Italia” non dovevi chiarire, mentre i “Fratelli d’Italia” erano quelli dell’inno nazionale scritto da un garibaldino che anche lui, come il Brasile, fu ferito a morte un 5 luglio, quello del 1849, morirà all’alba del giorno dopo.

Oggi si usano parole come Patria e Patriota come si usa il Tantum Verde, per fare i gargarismi e sputare l’impasto nel lavandino, un declino politico e sociale preoccupante che non ha aggiunto nulla, ha soltanto tolto, sempre più, lasciando un desolante deserto culturale fatto di selfie con tramezzini, proclami neobenitiani sguaiati peggio dei richiami di certi pescivendoli (Lorsignori mi scusino), il vaffanc*** elevato a programma politico di maggioranza. A dire il vero una cosa è stata aggiunta, una lettera, una “p”: siamo passati dall’Italia delle pipe all’Italia delle pippe. Potenza di una sola consonante, basta poco: ecco, se i nostri “politici” (?) recuperassero il valore della parola, sarebbe già un grande risultato. È una favola, lo so.

Il calcio si è adeguato allo scadimento generale. Oggi i calciatori hanno il procuratore, spillano ingaggi vergognosi, fanno le primedonne, uno come Ronaldo (che non è nemmeno lontano parente del Fenomeno) è in cerca di squadra perché uno come lui DEVE giocare la Champions anche se non l’ha conquistata, Dybala fa i capricci perché vuole 10 milioni netti (di euro) ad annata per giocare al calcio, Neymar pensa più ai diritti d’immagine dei suoi tatuaggi che al suo lavoro. Non farebbero mai una partita a scopone con il Presidente della Repubblica, se non per ricavarne soldi con la vendita dei selfie. Tenetevi questo baraccone con tutti i suoi saltimbanchi, e ridateci il calcio di gente come Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati (Bergomi), Scirea: Conti (Causio), Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani (Altobelli). Allenatore Enzo Bearzot. Presidente: Sandro Pertini.

Campioni del mondo!, Campioni del mondo!, Campioni del mondo!, dentro e fuori del campo.


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