La seconda metà del Novecento ha coinciso non solo con la fine del tempo del Bèpo, il personaggio di stampo antico, e di molte altre persone simili a lui. Di più: in quel periodo addirittura è venuto improvvisamente meno tutto il contesto tradizionale di situazioni e relazioni nel quale sono state generate le esperienze dei singoli individui e dove esse avevano trovato la loro naturale formazione e collocazione. Al Bèpo era mancata la terra sotto i piedi: non mi riferisco tanto allo scorrere del tempo, sempre inclemente, quanto invece al fatto che i repentini cambiamenti sociali intercorsi nell’arco di pochi decenni, di portata epocale, hanno provocato una sorta di spaesamento generale: da una parte la generazione del Bèpo faticava a stare al passo con i nuovi processi sociali ed economici, che parevano proiettati in avanti a velocità incredibili, mai viste prima, mentre i più giovani, nati durante questa “corsa” (come la mia – classe 1961 – ma ancor più quelli nati nel decennio successivo), hanno gradualmente perso i contatti con il territorio; il passato pareva loro assai lontano e diverso, distante anche culturalmente, quindi sempre più slegato da relazioni di appartenenza.

Molti di noi sono rimasti orfani di un’identità storica. Come nel mezzo di un guado, i figli faticavano a riconoscere i padri, mentre questi ultimi non possedevano gli strumenti per comprendere le scelte rivolte verso la contemporaneità dei primi. Tutti, però, sapevano cosa avevano lasciato sulla sponda di partenza, ma quasi niente di ciò che avrebbero trovato dall’altra parte. Intanto la corrente li trasportava con impeto. Vani gli sforzi di andare controcorrente. Passato e futuro confliggevano, la nuova strada si scontrava con quella vecchia, ol stradù con la caalìra, e divergevano pure i linguaggi in quella sorta di Babele. Due mondi che faticavano a riconoscersi. Il nuovo corso del progresso si è posto in discontinuità con i preesistenti modelli dell’abitare e del lavorare, frutto di pratiche ed esperienze insediative sedimentate nei secoli precedenti. Rispetto alla dimensione collettiva dell’esistenza – tenuta insieme dalla necessità per gli individui di cooperare in vista di affrontare situazioni non facili – ha prevalso una “fuga” individuale, sostenuta dall’incremento della ricchezza e dalla maggior circolazione di denaro; in breve tempo si è passati dalla famiglia estesa a quella nucleare, dal prevalere dei beni della comunità a quelli del singolo, dalla condivisione degli spazi nella vita in contrada alla dimora appartata e separata, da case piccole per famiglie grandi a case grandi per famiglie piccole.

Lo scossone principale del cambiamento è avvenuto dentro il modello di famiglia, che, evolvendo, ha introdotto nuove centralità e prospettive sociali diverse. Nel volume “La stala e la cà”, pubblicato dal Centro Studi Valle Imagna nel 2001, è stato messo in evidenza il ruolo del nonno paterno nella famiglia estesa, ol Tata, il quale godeva della massima autorità e costituiva un sufficiente baluardo contro il prevalere delle tensioni individualistiche. Ol Tata era una figura indispensabile per il mantenimento degli equilibri interni della struttura parentale, il soggetto di grado più elevato cui competeva la rappresentanza esterna della famiglia. Egli si collocava in cima alla piramide gerarchica delle relazioni familiari. Solamente una struttura parentale forte poteva garantire la sopravvivenza dei singoli e rafforzare il prestigio al gruppo. Il sistema parentale, così fortemente strutturato, ha subìto un veloce processo di logoramento nella seconda metà del secolo scorso, sino al totale disfacimento del modello familiare tradizionale. E le persone anziane, in primis ol Tata, che prima erano chiamate ad assumere le funzioni essenziali di responsabilità e di rappresentanza del gruppo, trovandosi ai punti più alti della scala gerarchica, improvvisamente hanno subito un forte ridimensionamento. Potremmo richiamare un’infinità di esempi. Mi limito qui ad esporre una testimonianza personale.

Ero solo un bambino, verso la fine degli anni Sessanta, quando, giocherellando, agivo da testimone inconsapevole, nella casa del nonno (classe 1907), di uno strano e importante avvenimento, che si celebrava regolarmente ogni anno, allorché il papà con gli zii, emigranti boscaioli in Svizzera, rincasavano per i mesi invernali, dopo una campagna lavorativa nei boschi di Pontenet e della Vallée de Tavannes. Sul tavolo del Tata, sotto il suo sguardo fiero e forte, ma nel contempo anche mite e sempre pronto a buoni consigli, i figli depositavano pacchetti di banconote elvetiche, frutto ancora indiviso del comune lavoro svolto dalla squadra di lavoratori del bosco da marzo a novembre. In certi periodi conveniva effettuare il cambio franchi/lire in Italia, ma era sempre un’impresa, soprattutto un rischio, trasportale “illegalmente” la valuta oltre-confine (molto eloquente, a tal proposito, è la testimonianza di Don Antonio Locatelli, riportata nel volume “Preti tra i migranti”, Centro Studi Valle Imagna, 2013). Il nonno, che già da parecchi anni aveva cessato di esercitare il pendolarismo stagionale all’estero con i figli, interveniva curiosamente sui fatti che avevano determinato il rendiconto finale e, sentite le argomentazioni varie, quale indiscussa autorità, approvava formalmente i conti finali e la definitiva ripartizione di quel denaro. Le banconote venivano così suddivise in tanti mucchietti, secondo la quota che spettava a ciascuno dei quattro figli, tenuto conto di eventuali lunghi periodi di astensione dal lavoro, a causa di malattia o infortunio, oppure per rientro in famiglia. Venivano invece conteggiate, come effettivamente lavorative, le “giornate” utilizzate da coloro che, nel periodo della fienagione, i vignìa a cà a fa sö ol fé. Solitamente uno dei quattro fratelli.

L’orgoglio del Tata era completamente appagato se la stagiù de sò tosài l’ìa rendìt bé e se neghü i s’ìa fàcc dol màl. A divisione ultimata, sul tavolo veniva benevolmente, con riconoscenza da parte di tutti i figli, lasciata anche una somma di denaro per le esigenze della famiglia dol Tata, con figlie ancora da maredà, che il nonno avrebbe gelosamente custodito sul suo libretto in posta. A me, invece, toccava un piccolo resto indivisibile di una monetina, la più piccola, che però mi faceva sentire ricco e partecipe di quell’evento. Nel frattempo, scorrazzando felice per la casa – ero molto vivace e imprevedibile a quel tempo – impegnavo la nonna e le zie in un’ardua impresa di vigilanza. Nonostante il papà fosse già sposato, come pure altri zii, e vivesse nella nuova casa, l’evento della ripartizione del denaro guadagnato durante la campagna lavorativa in Svizzera continuava a svolgersi nella casa del nonno, senza la partecipazione della mamma o delle altre spùse. Era un fatto riservato tra uomini. Era come se, in quel periodo di passaggio, coesistessero due famiglie, quella tradizionale, grande ed estesa, del Tata, mentre la seconda, moderna e nucleare, era rappresentata dalla mamma e dalle altre zie, che si apprestavano a sollevare le loro specifiche rivendicazioni e che presto avrebbero avuto il sopravvento. La grande famiglia si stava frantumando. Il papà, intanto, avrebbe consegnato la sua parte di banconote alla mamma, che avrebbe utilizzato in parte per pagà ol léber dol Balèta, saldando quindi il conto in bottega accumulatosi da diversi mesi. La somma residua sarebbe stata accantonata e utilizzata per fa sö la stala nöa o per crompà ü tòch de pràt o de bósch.

Ritornando, invece, all’importante evento invernale nella casa del nonno, era quella, per me, una serata di festa, che terminava con d’öna o dò padelàde de boröle, con la scödèla de peciòrla, sempre piena, in continuo movimento, di bocca in bocca, sö la tàola, che rallegrava tutti i commensali. Quel torbido peciòrla, di produzione proprie, pestàt dal Tata, era tanto gustoso e buono quanto più aveva fruttato la stagione. Ancora pochi anni e questo importante rito, che rifletteva lo spirito di unità della famiglia, sarebbe definitivamente scomparso. Il tavolo del nonno, prima troppo piccolo per accogliere al suo intorno tante care persone, era diventato vuoto e persino ingombrante, sempre portatore di azioni e ricordi che si allontanavano velocemente. Chèla scödèla, che un tempo la fàa ol gìr de töcc, adèss la gh’è piö, sostituita ormai da scödelì e bicìr per ciascuno. Senza volerlo, ci siamo complicati enormemente la vita, in nome del progresso. Ol Tata, sentàt dó sémpre denàcc a la sò tàola, registrava il cambiamento dei tempi e confidava alla nonna: “E mì tosài i me fà ‘nféna ràbia, perchè i mé cünta sö piö negót!”. Il “rito” della ripartizione del denaro nella casa del Tata era stato superato. Ciascuno dei figli ormai si era ritirato nella propria separata famiglia. Era il tracollo definitivo di un’epoca, nei nostri pur recenti anni Sessanta…


Contributo di Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna
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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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