E’ stato l’argomento della politica ferragostana. Quindi della non politica o anti politica. Si sa, ad agosto quelli che comandano davvero vanno in vacanza — le ferie come mi ricordava qualcuno sono quelle degli operai, dei salariati — e in città restano solo i garzoni di bottega che possono riempire le pagine e gli spazi che i media comunque quotidianamente devono farcire in qualche modo.

Cosa meglio di uno scandalo fastidioso ma innocuo? Quattro “rubagalline” dati in pasto all’opinione pubblica, in un’operazione di distrazione di massa. Alla fine non sarà cambiato nulla, questa faccenda non si ricorderà nemmeno tra qualche anno salvo che per i pesci piccoli sacrificati nel gioco al massacro della politica politicante.

Attenzione, nessuno gli aveva detto, ai politici, che sarebbe stato un ballo per educande e quando uno accetta di ballare questa folle mazurca deve stare al passo. Pena cadere rovinosamente nel bel mezzo della pista da ballo. Una ben magra figura, in effetti. Un rischio da mettere in conto e comunque ben remunerato con lauti stipendi a chi corre il rischio di mettersi in gioco pensando di saper giocare al gioco politico.

Questa è la sintesi della vicenda dei bonus che i legislatori si sono attribuiti. Le due cose più drammatiche che però emergono da questo altrimenti insignificante spaccato sono: innanzitutto la confusione tra ruolo pubblico e vita privata, che ha impedito ad alcuni di cogliere l’inopportunità di farsi i fatti propri in un momento drammatico, confondendo il significato della locuzione vizi privati, pubbliche virtù. Questo succede probabilmente perché in troppi hanno visto nella politica il mezzo per garantirsi l’indipendenza economica e un benessere sempre meno disponibile in Italia a cominciare progressivamente dagli anni Novanta del XX secolo. Di qua la figura da “rubagalline”.

Successivamente l’assenza ad ogni livello di una classe dirigente tale, in grado di scrivere le norme, in grado di non approfittarsene per l’alto senso del proprio ufficio e in grado di gestire le proprie politiche senza fare pasticci. In questa storia ci sono i “rubagalline” di cui sopra, un Parlamento di pigiabottoni che legifera con il pilota automatico e un ente statale come l’INPS che non sa gestire i dati personali di milioni di italiani con le dovute garanzie di riservatezza, correggendosi dove sbaglia e senza mettere in piazza il proprio errore. Perché di questo si tratta.

Infatti, godendo i deputati di una previdenza separata rispetto all’INPS, come per avvocati e altri professionisti, alla lettura del quadro normativo l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale non avrebbe dovuto accogliere le domande dei parlamentari. Infatti, non si possono avere contemporaneamente casse previdenziali diverse e inoltre, non versando all’INPS, i parlamentari non avrebbero potuto accedere ai benefici della stessa. Ma da quando si sono riformati i vitalizi parlamentari negli ultimi dieci anni nessuno, per convenienza ovviamente, ha mai messo mano al riordino di questa eccezione, unica nel quadro previdenziale del nostro paese, creando l’impasse in cui Pasquale Tridico e il suo istituto sono miseramente inciampati.

Regalando bonus a chi, oggettivamente e con una lettura non meramente letterale del decreto, non avrebbe avuto alcun diritto. Altro giro, altra corsa

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