Si è chiusa il 16 marzo ma per via del Covid è rimasta aperta poco la mostra a Musei Civici dal titolo Umberto I, il Re che amava Monza. Ritratti, fotografie, ritagli di giornale, documenti – come l’atto di matrimonio avvenuto il 22 aprile 1868 a Torino – stendardi e oggetti vari per raccontare di Re Umberto Ie della consorte nonché cugina, la Regina Margherita.

La Villa Reale era una casa in cui Umberto e la Regina Margherita amavano soggiornare, lei sempre prima di raggiungere la sua montagna, il Monte Rosa dove l’attendeva la cara guida, il barone Peccoz. Da Monza, da poco insediati dopo la morte di Vittorio Emanuele II, erano partiti per Venezia e si erano fermati a Bergamo. Furono accolti con dimostrazioni di affetto. La Regina era ancora tornata per una cura termale a San Pellegrino e aveva visitato la Carrara, con entusiastici apprezzamenti.

Fu una regina molto popolare, che suscitò simpatie, dedicando del tempo a opere di bene, a visitare orfanotrofi e consolare soldati mutilati di ritorno dalla brutta impresa africana. Anche Carducci se ne invaghì e le dedicò lettere e poesie. Fu detta però “cattiva regina” perché militarista, entusiasta di Crispi e della sua politica colonialista. Era convinta che gli italiani andavano forgiati nella guerra. Ammirava “i tedeschi che ubbidiscono mentre gli italiani vogliono tutti comandare”. Non aveva simpatie democratiche e approvava le maniere autoritarie. Non lesinava apprezzamenti poco rispettosi per il Parlamento e le sue inutili, interminabili discussioni. Fu interventista convinta in occasione della Grande guerra e fascista nel dopoguerra, sempre in contatto con diversi gerarchi. Fu regina, rispettata e riverita, che prese seriamente il suo ruolo, dietro le quinte ma sempre attenta, presente, tenace nei suoi propositi come quando scalava le  montagne.

Più morbido era Re Umberto, soprannominato “il buono” o appellato come simpaticone. Nelle uscite di caccia al Parco della Villa non disdegnava di fare due chiacchiere con qualche paesano che incontrava e rispondeva al saluto, sempre in dialetto piemontese, “oh, bona gent”. Aveva un debole per le donne. S’invaghì a prima vista della Litta, la sua amante, al carnevale di Milano. La Regina lasciò fare, purché si rispettassero i ruoli. Nell’infelice battaglia di Custoza, la Terza Guerra d’Indipendenza, si meritò elogi e medaglie. Si prodigò a Napoli in tempo di colera, ben ripagato dalle acclamazioni popolari. Si credeva un re democratico purché si rispettasse la dinastia e la monarchia.  Era un convinto sostenitore dell’alleanza con la Germania e ammirava lo spirito militarista dello Stato prussiano. Appoggiò la disastrosa politica di Crispi in Etiopia, sensibile all’idea della grande patria. Dispiaciuto per i cattivi rapporti con il Vaticano, dopo la presa di Roma, non si capacitava di certi atteggiamenti del sindacalismo cattolico. Avvertì la crisi sociale che stava montando ma reagì con atteggiamenti autoritari. Insignì il generale Bava Beccaris con la Croce dell’Ordine militare dei Savoia, all’indomani della repressione dei Moti di Milano. Più di 100 morti in una manifestazione di protesta risolta a cannonate. Firmò così la sua condanna.

All’indomani in un circolo anarchico di Paterson in New Jersey (Usa) si decise l’attentato. Fu sorteggiato chi doveva compiere la missione. Toccò a Gaetano Bresci, partito da Prato con idee anarchiche e che trovò facile accoglienza in quei circoli. Schedato come “pericoloso” perché aveva solidarizzato con un bottegaio che non aveva rispettato l’orario di chiusura, se n’era andato per una nuova vita in America.

Quella sera del 29 luglio del 1900. Faceva caldo a Monza. La coppia reale doveva ripartire a breve, lei per Gressoney, lui al Gran Paradiso per le battute di caccia. Re Umberto aveva promesso di presenziare ai giochi ginnici poco lontano dalla Villa. Si divertì alle evoluzioni degli atleti. Prima di rientrare si intrattenne con gli sportivi venuti da Trento. Salì sulla sua carrozza. Si voltò a salutare. Risuonarono quattro spari. I cavalli si impennarono. “Non è niente” furono le sue ultime parole perché perse presto conoscenza. La Regina sentì le sonagliere dei cavalli e si mosse per andargli incontro. Si presentò stravolto l’attendente con il cappello del re in mano. Lei capì. Si precipitò per le scale e lo vide “come Gesù deposto dalla croce”. Inutili i tentativi dei medici accorsi. Si attese per i funerali Vittorio Emanuele in vacanza con la moglie Elena nell’Egeo. Si sarebbero svolti prima a Monza poi a Roma. La Villa Reale fu chiusa, svuotata. Margherita e i Savoia non sarebbero più tornati.

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