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Una lezione pasquale di disarmante saggezza contadina

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lezione pasquale
Francesco Carminati. L'assaggio della nuova grappa.

Domenica di Pasqua. Provo a giocare con il tempo. Vediamo cosa succede. Al termine della Mèsa granda torno dalla mamma, nella sua casa fò a la Césa, a tö ol mi pasquaröl. Proprio come quando ero bambino. Arrivo prima io e l’attendo seduto sugli scalini che danno sulla terrazza.



La vedo arrivare sulla sua “pandina” rossa, che utilizza ormai regolarmente anche la domenica per accompagnare a Messa mio padre: anche i poco più di cento metri di distanza tra l’abitazione e la chiesa costituiscono attualmente un problema. La osservo mentre fatica a parcheggiare e, dopo due tentativi di accostamento, riesce e trovare il suo spazio, ai margini dol stradù, fò pus a la cà. L’attende ora una seconda fatica: uscire dal piccolo abitacolo e rinfrancarsi in posizione eretta. La schiena, le ginocchia, le giunture si fanno sentire, dopo una vita di assiduo lavoro, provato da tante fatiche.

Màma! Sù gnìt sà a tö ol mi pasquaröl!… – le dico, ancora distante e ad alta voce, mentre si aggira attorno all’automobile.
Lei mi guarda e, sfidando con un sorriso sornione la mia esuberanza, abbozza un inizio di risposta, di poche parole, ma chiara:
Ah, se pöderèss tornà ‘ndrì!…
Qui il gioco finisce e la realtà vince sull’immaginazione.

La polénta fumante dol mesdé.

Mentre, nella mia fantasia, rievoco quella sfilata di uova di Pasqua, en feléna e ben allineate sura ol böfé de la cüsìna, e ripenso alla grande festa di primavera dei tempi passati, la mamma è rimasta quella donna di sempre, premurosa, concreta e attenta ai bisogni dei suoi familiari. Con una mano attaccata all’automobile, leggermente chinata su sé stessa, lotta per controllare i suoi primi spostamenti e raggiungere la portiera del suo navigatore da una vita: ol Césco ha bisogno di assistenza per scendere dall’auto. Ogni suo movimento è “studiato”, ben calcolato per superare piccoli dislivelli, girarsi, rialzarsi dalla posizione seduta per riprendere il cammino. La mamma è lì, al suo fianco, pronta ad affrontare ogni evenienza. È stato il suo ruolo per tutta la vita. “Comanda”, dispone, rimprovera. Al Cèsco non rimane altro che seguire le sue precise indicazioni. Finalmente ce l’ha fatta ad uscire dall’abitacolo e, prese in mano le due stampelle, si avvia lentamente, con piccoli e corti passi, verso casa. Si avvicina pian piano.
Bergamì!… – lo chiamo ad alta voce, come è mio solito fare, mettendo in luce la sua antica passione per le vacche da latte, la tenuta delle sue terre e stalle, la gestione della piccola economia zoo-casearia di monte.
Fino a pochi anni fa, l’estate la viveva in montagna stabilmente, in compagnia delle sue bruno-alpine: scendeva in paese solamente la domenica mattina, per andare a Messa. La sua risposta non si fa attendere. Coglie la mia presenza, si ferma un attimo, alza la testa e, rivolgendosi verso di me, accenna un saluto:
Öh!…
Ci vuole tempo, eh!

Lui, che ha camminato tutta la vita, su e giù per i boschi di montagna, su e giù dai pascoli alle contrade, ora si trova in difficoltà a percorrere pochi metri. Destino crudele e beffardo. Desiderava intensamente essere operato alle ginocchia, per poter ritornare nei boschi e sulla sua montagna, che sono stati e costituiscono tuttora la sua vera casa del cuore. È arrabbiato con i medici che non hanno voluto intervenire: la sua età e le condizioni generali di salute hanno sconsigliato qualsiasi tipo di intervento chirurgico.
Giunto finalmente a destinazione, seduto attorno al tavolo della cucina, mentre la mamma la mèt sö la stüa ol stegnàt con dét l’aqua per la polénta, lui non manca di rendere conto della sua attuale situazione, ironizzando sulla condizione che lo limita nei movimenti.
Öna ölta ‘ndàe a Mèssa da per mé. Me s’rangiàe per mi cunt!… Encö, envéce, su compagnàt!…
E conclude:
Gh’ó da ‘mparà!...

Fatica ad accettare di dover andare a Messa con la sua Pierina. Per tutta la vita sono entrati in chiesa separatamente: lui dalla porta laterale de omègn, lei da la pòrta granda, in fondo alla chiesa, de fömègn. Lui nei banchi de omègn, davanti all’altare, mentre lei nei banchi de fömègn, in posizione di retroguardia. La collocazione dei fedeli in chiesa, infatti, non era casuale. Dalla porta laterale de ché entravano bambini e ragazzi, uomini e anziani provenienti dalle contrade situate a levante del villaggio (Fenilmàscher, Còrna de ché e Còrna de là, Regorda de ché e Regòrda de là, Canìt,…), mentre dalla pòrta de là accedevano quanti provenivano dalle contrade a occidente (Fenilgarello, Feniletti, Siva, Roncaglia, Calcinone,…). Gli uomini, entrati dalle due porte laterali, situate a metà della chiesa, prendevano posto nei banchi vicini all’altare: davanti i bambini, a seguire i giovani non sposati e, a seguire, quelli sposati, per concludere con gli anziani, situati negli ultimi banchi del settore. Le donne, invece, si portavano nei due settori, di destra e sinistra, situati en fund a la camenàda, seguendo la medesima disposizione: nei primi banchi le bambine, quindi le fanciulle; a seguire c’erano le donne sposate e, infine, le anziane. Gli anziani hanno sempre rispettato questa consuetudine. Negli ultimi anni Sessanta era considerato irriverente il comportamento di alcuni villeggianti che, sfidando questa regola locale, forse a loro sconosciuta, entravano in chiesa insieme, uomo e donna, andando a sedersi nello stesso banco. Poi, gradualmente, l’esempio venne seguito da alcune coppie del villaggio, che però rimanevano come “ritirati” in fondo alla chiesa, en de bànc de fömègn, sfidando i richiami tuonanti dal pulpito di Don Emilio.

Anche dopo la funzione religiosa, uomini e donne prendevano strade diverse; gli uni si ritrovavano all’osteria per ol bianchì: due erano le tappe, per fàga mia tòrt a nighü, la prima dal Pacióla, la seconda dal Balèta; le altre, invece, di corsa a casa a preparà ol desnà; semmai, per loro, ci poteva stare solo un marsalino, ma senza indugiare troppo nel locale.
La “piccola” storia quotidiana ci offre ogni giorno una nuova lezione. Per chi la sa cogliere…

I pasquaröi di un tempo, sopra ol böfé di casa mia

Cèsco, classe 1933, è cresciuto all’interno di queste modalità religiose, che ha sempre rispettato. Mi parla anche di altri uomini, non solo anziani, che, come lui, vanno a messa accompagnati, a causa di impedimenti vari, soprattutto per gravi motivi di salute, oppure per l’età avanzata. Poi conclude, sempre con un tocco di autoironia:
E m’sé comè chi póm, sö la pianta, che iè drì che i cróda! E m’sè marücc!…
Nelle sue affermazioni ritrovo sia l’attaccamento all’albero della vita e del lavoro, che l’accettazione di una condizione generale connessa alla natura umana e ai limiti delle cose terrene, perché… piö che ècc e s’vì mia!…
La saggezza popolare dei contadini è disarmante e ha la forza di demolire anche le argomentazioni più elaborate. Soprattutto è ricca di parallelismi e similitudini tra la vita delle persone e la natura. Una saggezza all’origine di proverbi, filastrocche, modi di dire, che ai nostri occhi si presentano quali straordinarie chiavi di lettura e di interpretazione della realtà.
Ha un limite il lamento del Cèsco, che si assesta sulle difficoltà altrui. Non va oltre e conclude:
Ma gh’è pò a’ chi póm che i cróda da se iè mia amò marücc, perché i gh’à dét ol caröl!...
Parafrasi straordinarie della vita quotidiana, calate nei limiti delle miserie e delle debolezze umane. Quel biblico albero delle mele, che compare nel Paradiso terrestre, ai primordi della Creazione, è ancora presente e i suoi pomi continuano a mettere in gioco lo scontro tra il bene e nel male, la vita e la morte. Intanto le campane, ormai slegate, suonano a festa e diffondono all’intorno, nelle contrade e nei prati colorati, dall’intenso profumo della nuova erba dai mille fiori, un’atmosfera da Resurrezione. Perché la vita continua!

Tutti gli interventi di Antonio Carminati



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