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Fernando Pessoa rappresenta un caso davvero singolare nel panorama letterario mondiale. E’ singolare perché è plurale. Sembra una contraddizione in termini, ma non lo è.

Fernando Pessoa, nato a Lisbona nel 1888 e morto, sempre a Lisbona, il 30 novembre 1935, è solo l’ortonimo, ovvero l’autore reale degli scritti, ma lui in letteratura ha inventato l’eteronimo, ovvero un personaggio letterario creato dall’autore stesso, ma dotato di specifica biografia e personalità, di propria cifra poetica, stilistica e letteraria, che ha scritto e si è firmato col proprio specifico nome, quindi da non confondersi assolutamente con lo pseudonimo. Pessoa non si è accontentato di un eteronimo, ne ha creati diversi, Pessoa non è un poeta, ma tanti poeti, uno diverso dall’altro, perché “io è un altro“, secondo la lezione di Rimbaud che Pessoa conosceva molto bene. Alvaro de Campos, ad es., è lo scrittore ingegnere modernista attratto dal futurismo, Ricardo Reis è il poeta neoclassico, monarchico scappato in Brasile dopo l’avvento della Repubblica, Alberto Caeiro è il poeta autodidatta malato di tubercolosi, Raphael Baldaya è il poeta che utilizza il simbolismo astrologico per “interpretare” le caratteristiche di personalità degli altri eteronimi di Pessoa.

Ma ce ne sono tanti altri, quanti ancora non si sa, tant’è che è molto difficile dare un giudizio critico definitivo di Pessoa, anche perché Pessoa in vita non pubblicò nulla, lasciò tutti i suoi manoscritti in un baule che la famiglia aprì al pubblico solo anni dopo. Il mondo conobbe Pessoa solo negli anni 60-70, in Italia lo portò Antonio Tabucchi: da ragazzo a Parigi lungo la Senna comprò un libricino scritto in francese di questo poeta portoghese e ne rimase incantato, lo inseguì tutta la vita, studiò il portoghese per poterlo tradurre, chiese alla famiglia l’accesso al famoso baule, e iniziò a pubblicare le sue opere: dirà che era “un baule pieno di poeti”, e nel ‘79 uscì alle stampe con un’antologia dal titolo bellissimo, “Una sola moltitudine”, un quasi-ossimoro preso in prestito da Montale che ben rappresenta la complessità dell’artista. Ma c’è un libro, “Il libro dell’inquietudine”, che secondo me rappresenta al meglio Pessoa: innanzitutto – ovviamente – non l’ha scritto lui, ma il suo eteronimo Bernardo Soares, “un uomo che sta alla finestra”, un impiegato contabile malato di nostalgia, dell’ “angoscia della fuga del tempo e della malattia del mistero della vita”, un uomo dall’ “autobiografia senza fatti”. Ma, cosa ancora più incredibile, il libro non è mai stato scritto, da nessuno, neanche dall’ortonimo Pessoa, perché è la raccolta di tanti frammenti, pensieri, riflessioni, che sono stati trovati dentro il baule ed i posteri si sono presi la briga di raccogliere, catalogare, numerare: ed è un’opera ancora in possibile divenire.

Lisbona è un viaggio in Pessoa, come Dublino in Joyce o Praga in Kafka, ripercorrere le strade ed i luoghi cittadini dei poeti è un viaggio nel viaggio. Il luogo più famoso frequentato da Pessoa è “A Brasileira”, uno dei più antichi e famosi caffè di Lisbona, sito in rua Garrett, nel quartiere Chiado. Fuori, sul marciapiedi, c’è una statua che lo ritrae e ti accoglie seduto al tavolino: è solo una statua, ma per uno che della poesia ha fatto finzione all’ennesima potenza, mi piace pensare che faccia lo stesso, e lo saluto e mi complimento. Pessoa moriva il 30 novembre del 1935, ieri sono stati 90 anni. Questo post avrei dovuto scriverlo ieri, ma sarebbe valso solo per l’ortonimo, scriverlo il giorno dopo intende omaggiare il suo genio ed i suoi tanti, bravissimi eteronimi.

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