Il 12 aprile 1961, a Gerusalemme iniziava il processo ad Adolf Heichmann, il gerarca nazista scovato l’anno prima in Argentina dal Mossad israeliano: c’era la tv, assente a Norimberga nel 45-46, per cui per la prima volta entravano in tante case non solo narrazioni di numeri, ma volti con nomi e cognomi, una dolorosa e fastidiosa testimonianza di persone e orrori che, per tanti, era più comodo rimuovere il prima possibile. Ufficiale delle SS, Eichmann era stato incaricato di risolvere un problema, quello della presenza sul divino suolo nazista di minoranze etniche (ebrei su tutti) e di tutti quelli non rispondenti ai tratti della eletta razza nazifascista.

Dapprima li confinò in appositi ghetti, poi pensò di trasferirli da altre parti, ma non trovò Stati a sufficienza disposti ad accoglierli. Allora pensò ad una soluzione semplice, razionale, efficace, finale, ossia trasportarli in appositi campi e lì eliminarli, e così fece, con buona pace di tutti quanti. Un compito di problem solving, diremmo oggi, risolto brillantemente, con ottimi risultati. Tant’è che è stato copiato anche successivamente, e forse riproposto anche oggi. Oggi come allora, con buona pace di tutti quanti.

Chi al processo si aspettava di vedere un mostro, rimase deluso. Eichmann si rivelò un semplice, grigio burocrate, un uomo qualunque, medio, spaventosamente normale, uno senza particolari talenti, se non quello di arrangiarsi un po’, di obbedire per dovere e con una speranzina (perché no?) di compiacere i superiori e trarre qualche vantaggio personale. Chi non lo farebbe? Lui aveva semplicemente e doverosamente obbedito alle leggi del suo Stato, ligio alla massima di Goring “L’unico onore è non tradire mai“. Era convinto di non aver fatto nulla di particolare, men che meno di male: non l’avesse fatto lui, l’avrebbe fatto un altro, dov’è il problema?

Umano, troppo umano, troppo vicino a noi per piacerci. La filosofa tedesca Hanna Arendt trascrisse il processo e ne fece un libro di culto, “La banalità del male“, il male che non esiste, che diventa terribilmente normale (banale, appunto) nella massa burocratica/obbediente capace di ogni atrocità come se fosse una cosa normale. “Non c’è il bene, non c’è il male. C’è solo quello che va fatto“, disse l’obbediente nazista Adolf Heichmann. Vero, se ragioniamo non secondo le categorie del giudizio morale (del bene e del male), ma quelle dell’utilità e dell’efficienza. In tal caso, l’altro sarà sempre e soltanto un problema da risolvere, sulla base di un calcolo tra mezzi e scopi. Non succede anche oggi? “Umano, troppo umano“, scriveva Nietzsche nel 1878, ben prima del nazismo. E l’abbiamo definito pessimista…

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