L’incalzare dei pensieri che affiorano vaghi

La vita in montagna è un’avventura che si rinnova ogni giorno, soprattutto quando si ha a che fare con i lavori agricoli, connessi al piccolo allevamento zootecnico e all’attività casearia. I paesaggi mutevoli delle contrade e degli spazi rurali, in relazione al susseguirsi delle stagioni, e l’incalzare delle diverse attività prefigurano situazioni sempre diverse, mai scontate. La voce della montagna è un silenzioso flusso di rumori e sensazioni che prendono forza e vivacità nell’animo e suggeriscono un continuo dialogo con la natura, nelle sue varie, curiose e ricche componenti. Mentre scrivo, nel piccolo cüsinì adiacente alla stalla dei Calf, mi sforzo di fare ordine nell’incalzare dei pensieri che affiorano vaghi e cercano la loro definizione. Alla mia destra, sulla stufa, accanto al tavolino che funge da scrittoio, sta cuocendo la farina gialla della polentina che ho improvvisato sol mesdé, mentre attendo ancora qualche ora, prima de guarnà i sette vitelli nella stalla sottostante. Per la verità, fino a ieri erano otto, ma in serata è salito il Fìrlo, col suo camioncino a caricare il Bùcio, pronto ormai per il macello. La neve fresca – le previsioni ne annunciano dell’altra – impedisce di salire sin quassù due volte al giorno, mattina e sera, anche con il fuoristrada: quindi, ora come allora, besògna fà dét la ròta a pè, armati con d’ü pèr de scarpù, o meglio ancora de bòte sö i pì.

Ol Cèsco con la sua tronsönös

Lo straordinario incantesimo della natura

Grossi fiocchi di neve intanto, come tanti minuscoli paracaduti, scendono lentamente dal cielo, per distendersi lievemente e in silenzio sul manto che si ingrossa di ora in ora. L’è pròpe ü bèl pachèt de nìf! Tutto, all’intorno, tace. Lo scoppiettio del fuoco nella vecchia stufa economica, con e sìrcc de ghìsa, il brontolio dell’acqua in ebollizione en dol paiöl, ogni tanto qualche muggito dei quadrupedi nella stalla, lo scrosciare dell’acqua nelle bacinelle per l’abbeverata, dialogano con i miei pensieri e rompono il silenzio circostante, consentendo tra l’altro di misurare approssimativamente lo scorrere del tempo. Rimango affascinato dalla danza festosa e ancestrale della neve. Non mi resta che stare a guardare. È bello rimanere immobile a guardare. Mi lascio coinvolgere, fino in fondo, dallo straordinario incantesimo, ascoltando il linguaggio della natura, con molta umiltà, in semplicità. In verità, anch’io partecipo emotivamente alla danza della neve, cullando diversi pensieri, lasciando che si liberino dolcemente e si posino sulla superficie dei miei sentimenti. Finalmente in pace con me stesso. Anche se solamente per poche ore, ho staccato la spina con il mondo.

La stalla dei Calf

Tra in Monte Castra e il Monte Ubione

Dalla finestrella della cucina guardo fuori e cerco di superare con la vista la barriera festante dei fitti fiocchi di neve per scrutare l’orizzonte. Ho come l’impressione di trovarmi sopra un torrione di difesa e avvistamento, dentro il castello naturale della valle, le cui mura di cinta sono costituite dai rilievi che chiudono ai quattro lati il catino montano, fatta eccezione per l’insenatura di Strozza, tra in Monte Castra e il Monte Ubione, che consente l’ingresso nella grande corte interna della comunità della Valle Imagna. Dal torrione dei Calf, mi trovo da solo a presidiare a Nord-Est la valle e comunico, a vista, con le analoghe postazioni privilegiate di San Piro e di Suracòrna, in prossimità del villaggio di Fuipiano. È una valle bianca e dormiente, quella che mi appare di fronte in questo momento. Silente. Nessuna sirena di ambulanza, nessun ronzio di elicottero, né auto o motoseghe, solo il rumore dol pestà de i vàche nella stalla e il cinguettio di un fringuello passeggero, in cerca di cibo, che indugia sulla monumentale rùer poco distante. Una valle incantata. La neve assorbe i rumori estranei, li smorza, e invita le persone a fermarsi, per pensare e vivere il presente qui e ora. È un tempo breve, che va vissuto fino in fondo, in comunione con l’umanità.

Veduta del bacino della Valle Imagna dal torrione dei Calf

In autunno padelàde de boröle

Avvolto nel caldo tepore della stufa, in questo piccolo rifugio di montagna, cullato dai miei pensieri in cerca del segreto della vita e delle cose veramente importanti, per le quali vale ogni respiro, mi sembra di comprendere meglio anche la scelta di mio padre di trascorrere quassù l’età del pensionamento, a contatto diretto con la natura, nei diversi mesi dell’anno, dialogando con tutte le stagioni. Qui ha conosciuto il caldo dell’estate e il tempo della fienagione, ha assaporato in primavera e prime capelìne raccolte nel prato consàde dó co i öf dol sò polèr, ha preparato in autunno padelàde de boröle, lieto di offrirle a quanti erano di passaggio sulla montagna. Ha seguito il modello dell’economia dell’autosufficienza, acquisito sin da bambino alla scuola della grande famiglia del nonno, nei boschi di faggio di Pradicù e nelle grandi distese di abeti della Vallée de Tavannes (in Svizzera): le due vaccherelle nella stalla, la mezza dozzina di galline ovaiole nel pollaio, la culdìra e ol fassaröl per cagià, i prati, i pascoli, i boschi circostanti hanno rappresentato il suo orizzonte di vita. La tradizione è modernità e autentico ritorno alla natura: propone uno stile di vita in grado di attrarre interessi attuali anche di bambini e ragazzi, come sono stati i miei figli, felici di trascorrere alcune settimane delle loro vacanze in montagna col nonno, dove sperimentavano autonomia, responsabilità e libertà. Chi ha imparato a fà sö ol poiàt, oppure a costruire archècc e bachitù, e chi a mùns e a guarnà i ache. Assumono significati concreti anche le posizioni d’avanguardia di alcuni intellettuali alternativi, i quali, per “curare” i mali della montagna, sostengono la necessità di “togliere” gran parte delle sovrastrutture artificiali e superflue, ad uso quasi esclusivo di cittadini e turisti, che sono state applicate ad un ambiente assai particolare, che invece va vissuto e utilizzato per quello che è, non per quello che vorremmo che fosse.

Ol cüsinì annesso alla stalla dei Calf, rifugio di vita e dimora del Cèsco.

L’emigrazione ora è solo un lontano ricordo

È stata la scelta di mio padre, avvenuta in modo molto naturale, senza il bisogno di elaborazioni concettuali, perché è proprio la natura della montagna, con le sue caratteristiche e regole, la posizione più avanzata e moderna della civiltà rurale. Dopo quasi quaranta campagne lavorative all’estero, dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso egli si è ritirato su questa montagna. Finalmente a casa. Per sempre. Non più valigie, né zaini e l’emigrazione ora è solo un lontano ricordo. Talmente determinata è stata la sua definitiva rinuncia di quella vita “obbligata” all’estero, che non ha più voluto nemmeno saperne di ritornare, neanche da turista, sui suoi passi in quelle abetaie. Un tempo, tra il materasso e la brandina che sta alle mie spalle, c’era nascosto un fucile calibro 16 schersàt sö, come quelli – per intenderci, utilizzati dai bracconieri, facilmente mascherabili sóta la giüba, ma sempre pronto all’uso. Ne ricordo uno, che gli aveva regalato, quando era ancora giovane, dal pòer Dante de la Bötèla. Nel cassetto del mobiletto, lì accanto, ci sono diverse cartucce sparse e i due antoni della finestra principale e il piccolo scür del finestrino sono dotati di piccole feritoie, quali punti di osservazione privilegiati, a tiro di schioppo, in direzione di alcuni sòrboi e frassenèle piantumati lì appresso. Una passione atavica e viscerale, è stata quella della caccia. Questo cüsinì ha rappresentato la sua casa – costruito da lui stesso, come pure la stalla adiacente – dove amava vivere, da solo. Grande all’incirca quattro metri per due, ma c’è tutto l’essenziale: stufa e tavolino, branda e laandì, un piccolo frigorifero e il fornello con la bombola del gas. Con l’elettrificazione rurale e il nuovo impianto dell’acquedotto, realizzati dal Comune circa venti anni or sono, sono arrivati anche quassù la lampadina elettrica e il rubinetto. Prima c’era solo la luce della lanterna, ma gli bastava, perché l’ìa ösàt a ‘ndà a lòs ‘nsèma ai galìne. In compenso, però, già alle prime luci dell’alba l’ìa damò entùren, dó per la stàla o fò per ol pràt e ol bósch. Così, quando non c’era l’acqua del rubinetto, matìna e sìra, estàt e ‘nvèren, e l’mandàa i àche a bìf fò a la Brösàda, distante circa cinquecento metri dalla stalla, ‘ndóe gh’ìa fò öna surtìda de acqua co la fontàna per i anemài. Poi, con le bacinelle alla mangiatoia, anche l’abbeverata delle vacche non costituì più un problema.

La stalla della famiglia Moreschi di Calf

Scrutare il biancore del cielo

Infine, durante gli ultimi anni della sua vita quassù, in montagna, venne quasi obbligato da mia madre ad utilizzare, seppur solamente nella mezz’oretta concordata al giorno, un telefono cellulare. La telefonata giornaliera, serale, assicurava la mamma e noi tutti circa il suo stato di salute. In genere, dopo aver fatto pascolare alle sue vaccherelle l’ultima erba dell’autunno, si fermava quassù a maià dó ol prim fé, già ben essiccato e ammassato sul fienile durante l’estate. Di solito e l’se sbassàa, ossia scendeva con gli armenti in contrada, piö apröf al paìs, entro il mese di dicembre o, a la piö lunga, le prime settimane di gennaio, cunfùrma all’andamento della stagione e in relazione alla disponibilità delle scorte foraggere residue. Ora, qui ai Calf, nel suo rifugio di tante stagioni, ci torna raramente, solamente col bel tempo e quando la mamma lo accompagna in automobile, poiché le sue ginocchia faticano ormai a sorreggerlo e fanno male, mentre le sue grosse mani da lavoro, esperte nell’impugnare sigür, corlàs e tronsönös, ora sono tremolanti e senza forza. Ogni tanto alzo gli occhi alla finestra e mi soffermo a scrutare il biancore del cielo, dove la neve continua a scendere. Cerco di seguire con lo sguardo un fiocco qualsiasi, ma nessuno si ferma; li rincorro, ma, insieme, essi continuano la loro leggera discesa verso terra, noncuranti del mio desiderio di trattenerli per comunicare, mentre io rimango con gli occhi stanchi e frastornati da un’impresa impossibile.


Contributo di Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna


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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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