Gregorio di Nissa (335-395 d.C.) è il teologo dell’infinità. Con il fratello Basilio e l’amico Gregorio di Nazianzo forma la triade dei Padri Cappadoci cui si deve l’approfondimento e l’ulteriore chiarificazione del dogma trinitario, Dio una natura e tre persone, formulato dal Concilio di Nicea-Costantinopoli (325 d.C.). Fu una lunga controversia che finì per dividere la Chiesa d’Oriente da quella d’Occidente. La sua riflessione fonda il mistero dell’essere e di Dio che si rivela nella relazione.

La sua riflessione ha resistito nella tradizione occidentale fino al pensiero contemporaneo. Nel Commento al Cantico parla di una conoscenza di Dio che è come un acchiappare il raggio di sole che entra da una finestra. Lo stupore è per il mistero che attrae e respinge, una relazione che si svela e nasconde. E’ la positiva infinità di Dio, non imperfetta come nei Pitagorici, né informe come in Platone o l’indeterminato di Aristotele.

Inventa la dottrina del desiderio ininterrotto di Dio. L’uomo è proteso (epéktasis) alla chiamata celeste. Questa è l’unica modalità di relazione tra finito e infinito; di movimento in movimento, fatto di congetture più che precisazioni. Si vede Dio se non si cessa dal desiderare di vederlo. E’ ricerca che non cessa con la morte. Il teologo o chi parla di Dio ne traccia solo l’ombra, la sua conoscenza non è definitoria. Dio si dona per teofanie, apparizioni, congetture (stokasmòs).

In tal senso si esprimerà il suo discepolo, lo Pseudo Dionigi, e più tardi Scoto Eriugena. Heidegger che ebbe una formazione teologica parlò dell’essere che si manifesta e si sottrae.

Gregorio di Nissa riprende il linguaggio del Cantico per esprimere il rapporto dell’uomo con Dio attraverso il linguaggio erotico del toccare senza possedere, dell’amante che insegue l’amata e che non trova, e diventa una mancanza incolmabile. Richiama la figura di Abramo chiamato da Dio a partire, lasciare la casa e la terra, del popolo d’Israele che fugge dall’Egitto e attraversato il mare e il deserto si avvicina a Lui.

Pensieri che fanno pensare al Simposio di Platone dove l’eros è mancanza e pienezza insieme, ricchezza e povertà. La parola umana è incapace di definire tale relazione tra l’uomo e Dio, semmai la esprime obliquamente, come Mosè vede Dio sul Sinai ma di schiena, quando è già passato. Così Abramo cammina attraverso la fede, non attraverso ciò che vede. “Dio non è una parola e la sua esistenza è in una voce o in un suono”. L’uomo si protende (epekteinòmenos) verso Dio senza afferrarlo, sperando e disperando. Questa razionalità non è pietrificazione dell’intelligenza ma una modalità escatologica di conoscere l’Assoluto.

La tradizione della patristica greca, di cui Gregorio è esponente primo, si è sviluppata in opposizione all’altra grande tradizione occidentale agostiniana. Arriva a noi ma passa nel Medioevo attraverso la cosiddetta teologia negativa, il linguaggio dei mistici che parlano di Dio per negazione e non per affermazioni e certezze. Continua in Leibniz nella visione della libertà e intelligenza della creatura alla ricerca inesausta dell’Assoluto, fuori e al di là.

E’ ripresa da Lessing come in questaesemplificazione: “se Dio presentasse su una mano la infinita sua sapienza e sull’altra il desiderio di cercarla, mi inginocchierei per dire che solo la tensione alla verità caratterizza la creatura”. Kant propone una concezione della metafisica che non è scienza ma solo ipotesi della ragione. L’uomo raggiunge il mistero di Dio per congettura non per razionale comprensione. Attinge invece nell’azione pratica il mistero segreto, nell’esercizio della libertà sempre in lotta tra speranza e disperazione, tra inclinazione sensibile e dovere razionale, e non si compie qui su questa terra ma è proiettata oltre, all’infinito, verso la verità di un Dio trascendente, ultima garanzia di riconciliazione.

Il linguaggio gregoriano echeggia nel “dolce naufragio” di Leopardi, stretto tra l’esperienza della vanità delle cose e il desiderio di bellezza e di poesia.

Per il Padre cappadoce lo thauma si sottrae al possesso, spinge all’ulteriorità inesauribile. E’ caccia, non nell’infernale tormento del capitano Achab in Moby Dick, ma nella modalità di una relazione donativa ed escatologica.

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