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Antonio Carminati

Nella tradizione locale non c’è traccia di San Valentino, protettore degli innamorati. La festa è entrata nelle nostre comunità attraverso il televisore, un po’ come è successo per Halloween. Sono alcuni dei prodotti dei processi di massificazione e di omologazione in corso: gli stessi consumi, le stesse ricorrenze, gli stessi momenti di festa,… ormai sempre meno collegati alla storia locale.



Ci si fidanzava per un progetto serio di matrimonio

Del resto, quassù, l’innamoramento non era una fase della vita con significati fini a sé stessi, bensì un periodo propedeutico al matrimonio. Gli aspetti sentimentali parevano sottaciuti, ossia non avevano una rilevanza sociale riconosciuta. Il controllo della famiglia sull’individuo veniva esercitato sin dalle prime fasi del fidanzamento. Nei post precedenti sono state messe in evidenza alcune modalità dei giovani di un tempo a troàs per ‘ndà a murùse. Ma… mètes ensèma a una ragazza significava indirizzarsi al matrimonio. La famiglia si adoperava affinché tanto il figlio quanto la figlia coronassero la loro relazione col matrimonio. Ol Tata, di fronte al ritardo del figlio nell’avvio di una rapporto sentimentale, lo invitava a provvedere: “O ‘ndrécia o ‘nvèrsa, spùsela ‘na fèmna!“. Allo stesso modo, la mamma si rivolgeva alla figlia particolarmente timida o chiusa: “Árda chèl tus la fò comè l’è brào. Te piaserèssel mia?”. Raccontava la nonna Elvira: “Ol mi pòer Lüìge, quande l’ìa amò ü dùen, dopo Dutrina e l’me speciàa sö la piassa per ‘ndà a cà ‘nsèma, enféna fò en Canìt”. Rievocando la sua verde età, continuava nel ricordare che, ormai orientata a ardà l’èrba dol pràt de chi ótre, al ritorno in contrada preferiva la compagnia del suo Lüìge, rispetto a quella delle amiche. Avvicinandosi all’abitato, però, procedevano a debita distanza l’uno dall’altra: davanti lui, dietro lei.

Le info raccolta prima del fidanzamento

Non succedeva mai che la ragazza invitasse in casa il suo accompagnatore, e nemmeno il giovanetto avrebbe osato tanto dietro al solo invito della fanciulla. Occorreva l’invito del regiùr, o del padre, per ‘ndà en cà de öna tusa, i quali erano molto prudenti. “Cosè fàl chèl do gliò?“, chiedevano alla ragazza, quando accertavano la presenza del giovane sulla mulattiera nei pressi dell’abitazione. Il giovane doveva trovare gradimento presso la famiglia della ragazza, la quale assumeva le dovute informazioni (dal sacerdote, dai parenti stretti e, se necessario, anche dal medico) quando il giovane proveniva da un altro paese. Così, ma solo in un secondo tempo, giungeva l’atteso invito: “O a cà, o sö en cà!“. L’invito a entrare in casa equivaleva a una dichiarazione di approvazione della relazione da parte della famiglia della ragazza. Da quel momento i due giovani potevano coltivare, non sulla strada, ma all’interno della famiglia, la loro relazione. Il giovane entrava per la prima volta nella casa della ragazza rós come ü pulì, impacciato nei comportamenti, attento a cogliere le parole e i gesti dei principali esponenti della famiglia. Da quel momento, sarebbe stato non facile e neppure opportuno interrompere il rapporto che vedeva coinvolte due famiglie del villaggio, specialmente se appartenenti alla stessa contrada. Quando, invece, il giovane pretendente non veniva gradito dalla famiglia della ragazza, ol Tata, o anche ol Regiùr, anziché invitarlo in casa, gli dicevano: “Ada che l’è mia öna tusa per te!“. E così alla figlia: “Àda che l’è mia ü óm per té!“. Un simile atteggiamento equivaleva a una sorta di non riconoscimento delle potenzialità del giovane, mettendo in dubbio le sue capacità de metì sö cà e faméa. Un affronto personale, ma con ricadute sui rapporti tra le due famiglie. Costituiva un fatto estremamente grave, tale anche da recidere in via definitiva i rapporti tra i gruppi parentali. “Quande ol Tata e l’gh’à dìcc essé, chèl tus l’è scapàt vià de córsa e so l’à piö ést fò de cà: ma da gliùra i sò i gh’à tölt vià ol bongiòrno al Tata… e iè ‘ndàcc en descòrdia“, mi raccontava la nonna, rievocando una relazione interrotta avvenuta nella sua contrada.

La pressione del gruppo sul singolo individuo

La volontà e l’interesse della famiglia superavano quelli del giovane. Non era facile nemmeno per lui interrompere un rapporto di fidanzamento già avviato con la frequentazione della casa della ragazza, poiché chèla tusa avrebbe potuto incontrare serie difficoltà ad intrattenere un’altra relazione, in quanto … l’ìa damò stàcia ‘nsèma ön’ótro, chè gl’ià laghàda. “E se gl’ià laghàda, gh’avràla mia argót?”, potevano pensare alcuni. Le informazioni circolavano in fretta nel villaggio, di contrada in contrada, magari attraverso frasi solo sussurrate, specialmente con riferimento a quei fatti che… s’püdìa mia dì, perché contro la morale e il costume, ma chè besognàa saì. Se, durante la frequentazione della casa della sposa, i familiari i ga fàa sö öna cira bröta, il giovane capiva subito il mancato gradimento del gruppo e, di frequente, sentendosi respinto, e l’sé fàa piö èt. Di norma era sempre l’uomo che prendeva l’iniziativa nella scelta della ragazza, pur adeguandosi alla volontà della sua famiglia. Raccontava ancora la nonna: “Ol mi óm, quande e l’laoràa en Francia, e l’vülìa portà fò con lü da la sò faméa. Ma ol mi mesìr l’à mia ülìt, e l’gh’à dìcc: – Àda chè, se te pòrtet vià la tò faméa, te làghe piö negót, ma dóma la legìtema come ai tò sorèle!“. Al danno materiale si sarebbe aggiunta la disonorevole condizione di essere trattato, sotto il profilo successorio, alla stregua delle sorelle. Quindi, per mia pèrd la sò part, l’à laghàt a cà la sò faméa è i tosài, ‘nsèma a la faméa de töcc. Ciò dimostra quanto fosse forte ed esclusiva la pressione del gruppo sul singolo individuo. La donna veniva invitata a ricercare le proprie soddisfazioni all’interno della grande famiglia, nella contrada e nel villaggio, in semplicità di vita.

Sö e dó da Bèrghem
Sö e dó da Bèrghem,
ol treno e l’và piö
gh’è rot la machenèta
ol magnà e glia giösta piö.
Tusa, tusa, stà sö alégra,
mangia de la polénta
l’è chèla che conténta
l’è chèla chè fà bé.

La frequentazione della casa

Il giovane, per le sue attribuzioni e responsabilità sociali, aveva l’onere e l’onore di varcare la soglia della casa della ragazza prescelta, avviando, con la frequentazione di quella casa, il periodo, breve e ufficiale, del fidanzamento. La donna, invece, non aveva alcun titolo, tantomeno nella veste di fidanzata, per avvicinarsi anzitempo all’abitazione del giovane, che in futuro l’avrebbe per sempre ospitata. Non poteva varcare la soglia della porta della casa della famiglia del fidanzato prima del matrimonio. La famiglia della fidanzata pure seguiva una propria condotta: se l’ìa ü tus de risù e gli a laghàa gnì en cà, södönò e gli a mandàa vià. Utilizzando un’altra curiosa espressione, l’accettazione del giovane pretendente si esprimeva anche con l’affermazione: “L’è d’ü bu partìt!“.

Quande l’amùr e l’gh’è, la gamba la tìra ol pè

Quello del fidanzamento era un periodo breve. E s’parlàa ‘nsèma tutt’al più ü ‘nvèren. “E m’sé sposàa essé, sénsa córes drì tàt!“, raccontano gli anziani, perché ol tròp pensà e l’vì dal póch saì, ma poi ol cör do l’óm so ‘l sént ed dol sànc! In modo particolare gli emigranti si fidanzavano l’inverno e si sposavano un anno dopo. Quindi ripartivano in primavera, per la nuova stagione lavorativa e, così, il loro ritorno nel tardo autunno era allietato dalla nascita del primogenito. “L’ìe cognossìt l’envèren prima. L’envèren dòpo, apéna reàt a cà da la Fransa, l’è gnìt fò ai Patèrne a troàm. Me sìe fò che fàe la fòia: du mis dòpo e m’s’è sposàcc…“, mi raccontava la nonna Elvira. Le sere d’inverno, quindi, erano dedicate al perfezionamento degli accordi matrimoniali. Quando la notte, che assediava le mura fortificate di stalle e corti, sembrava animarsi di spiriti, diavoli e streghe, al figlio in procinto di raggiungere la sua ragazza, attraverso il sentiero nel bosco, la mamma suggeriva: “Tö sö la curuna dol Rosare e mètela en gaiòfa“. Evidentemente notevoli erano i disagi derivanti dagli spostamenti, ma comunque fosse, anche per i fidanzati, entrambi residenti nella stessa contrada, valeva il detto: “E laùr tròp lung, e i và mia bé!“. Gli anziani sorridevano sotto i lunghi e folti baffoni e trasmettevano ai giovani esuberanti la sostanza di tutta la loro proverbiale sapienza: “Quande l’amùr e l’gh’è, la gamba la tìra ol pè”. Le ragazze in età da marito manifestavano il piacere di essere corteggiate e le metìa vià per Santa Losséa öna dondéna de öf, che avrebbero regalato ai rispettivi fidanzati. Era una manifestazione di gradimento… due mesi prima di San Valentino!…

Contributo di Antonio Carminati, direttore del Centro Studio Valle Imagna


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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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