C’è un ambiente, nel contesto rurale della vita e del lavoro contadino sulle Orobie, che, nel periodo invernale, è posto al centro delle attenzioni e delle attività della famiglia: la stalla, ossia l’infrastruttura zoo-casearia produttiva per eccellenza. Le forti nevicate, un tempo assai frequenti – oggi, con l’aumento progressivo della temperatura del globo terrestre, le stagioni invernali non sono più così rigide – interrompevano i lavori agricoli e forestali. I contadini si dedicavano maggiormente al bestiame rinchiuso nella stalla, che diventava il principale centro di vita sociale. Nonostante la ripetizione puntuale del modulo architettonico, con la stàla de l’vàche al piano terra (anzi, in montagna, il più delle volte seminterrato) e la stàla dol fé al primo piano (o al piano rialzato), ogni edificio aveva una sua specifica caratterizzazione, in relazione alla posizione, alla distribuzione e conformazione degli spazi interni, al suo utilizzo. C’erano poi stalle situate nelle contrade, molte addirittura dentro le case, ossia sotto lo stesso tetto e con ingresso principale comune sia per gli uomini che per quadrupedi, e stalle distribuite invece nei löch circostanti, anche molto distanti dai principali insediamenti umani comunitari, utilizzate per lo più durante il periodo estivo e per l’alpeggio. L’inverno gli animali i vignìa seràcc sö dét en de stàle piö apröf ai cà, situate nelle contrade, che si trasformavano in veri e propri laboratori artigianali e in luoghi di incontro. Soprattutto quelle dove non c’era il bèrlo dol porsèl, per lo sgradevole odore e il grugnito continuo del suino, e nemmeno quelle troppo piccole, che poco si prestavano per lavorare o per la conversazione. Da una parte della stalla le due vaccherelle, non di più, con la manzetta, il vitellino e la pecora, mentre dall’altra parte della camenàda centrale ecco lo spazio per l’incontro tra le persone, con alcune bàche appoggiate alle pareti e ol fenèr; inoltre, per l’esecuzione di alcuni lavoretti, c’era l’immancabile zòch col corlàss piantàt dét.
Sotto le bàche, specialmente nei periodi più freddi, trovavano accoglienza e cassète de cünì e la nécia de la clòssa. Nell’antica casa de Ricüdì, dal locàl dol camì, attraversato lo stretto e lungo àndec centrale, senza dover uscire all’esterno, si accedeva direttamente en de la stàla de l’vàche, dove la sera la famiglia contadina si radunava al caldo per la recita dol Rosàre, prima de fà sö i scàle per ‘ndà a copèla. Sedute su quelle rustiche e semplici bàche, costruite dal Tata, le donne della casa, non solo la sera, le engogiàa, le rampognàa camìse e bràghe róte, le felàa la lana con ròca e füs, le fàa sö solète de scarpì e brète de lana col fiuchì, ma trovavano anche il tempo di lavorare con l’uncinetto o con l’ago, confezionando recàm e péz, trasmettendo tali abilità alle giovani ragazze. Su quelle panchette, in ginocchio o seduti per terra, i bambini ritardatari ultimavano de fà i còmpecc. Nel contempo, attorno al sòch, utilizzato quale banco di lavoro, ol Tata si applicava per giöstà ol rastèl, sestemà e sìrcc de la gabbia, preparà ü scalèt col gheròbe, oppure fà sö ü pèr de zàcoi. Difficilmente, tanto gli uomini quanto le donne, rimanevano inoperosi, perché… besognàa sémpre fa ergót, ma nella stalla anche il lavoro manuale contribuiva a creare un’atmosfera particolare, soprattutto sul piano della trasmissione e condivisione di esperienze. L’emigrante che, conclusa la sua “campagna” lavorativa, aveva fatto ritorno a casa, distribuiva le conoscenze raccolte altrove e informava circa le difficoltà incontrate. Il Tata si compiaceva di insegnare ai piccoli come si usa ol pegassì, come si costruisce l’archèt o l’architù,… tramandando i segreti delle sue non facili esperienze di vita. La stalla si trasformava in una scuola popolare di vita, dove gli insegnanti erano gli anziani, mentre i più giovani venivano addestrati ad affrontare le diverse situazioni di lavoro e a rapportarsi con la natura, nelle sue varie espressioni, e con le altre persone. I bambini, raccolti nel piccolo fenèr, ascoltavano a bóca èrta i racconti dol Tata, ma anche de la nóna, si immedesimavano nei personaggi e ne vivevano in prima persona le avventure con un forte coinvolgimento emotivo. La narrazione veniva spontaneamente interpretata dal Tata come da un attore, anzi era proprio lui il primo attore della stalla, colui che catalizzava l’attenzione dei convenuti.
Egli modificava l’altezza, il tono, il timbro della voce, per renderla più consona alle caratteristiche dei vari protagonisti della narrazione. Utilizzava le pause e i sospiri per suscitare apprensioni ed emozioni di curiosità, di paura, di meraviglia, gesticolava con il corpo per dare più efficacia all’espressione orale. Muoveva le sue robuste mani, le batteva creando rumori. L’attenzione di bambini e ragazzi era completamente attratta dall’espressione del viso del Tata: dai movimenti delle sue labbra, dagli occhi che si spalancavano sotto le sopracciglia inarcate, dalla fronte, che si distendeva e si contraeva in grinze, dando risalto ad una mimica facciale e gestuale che rendeva più teatrale e coinvolgente il racconto. Nelle stalle di San Simù si trasmettevano le esperienze migratorie dol pòer Madòsca, che in America Latina, dove era stato, dall’altra parte del mondo, aveva tagliato piante enormi, dal tronco con diametro grande come una casa, oppure dove si piantavano le patate la sera e la mattina successiva si raccoglievano subito a carète! Ah, quel Sogno americano trasmesso nella stalla, che diventava un ambito fantastico dove crescevano gli entusiasmi. Qui, i più piccoli, imparavano filastrocche, conte, storie. Il Tata insegnava loro a mungere le vacche, ad ascoltarle mentre le römmia, ad interpretare il loro stato di salute, invitandoli sempre alla prudenza. E così pure insegnava loro a lavorare il latte e a produrre gli stracchini, seguendoli nella prima fase di salatura e stufatura dentro la stalla. Anche i personaggi protagonisti di storie e leggende popolari, dotati di una straordinaria trama narrativa, come la Dòna dol dóc, ol Perimpetèto, ol Gioanì sénsa pura, i Mòrcc de San Piro,… avevano la funzione di trasmettere una morale. Le storie della stalla sviluppavano principi riguardanti il comportamento umano e trasmettevano diversi elementi di conoscenza. Molte narrazioni venivano presentate come avvenimenti realmente accaduti e incutevano negli ascoltatori opposti sentimenti di curiosità e di paura, creando in quell’ambiente una forte tensione emotiva. La stalla era comunque rassicurante: il pericolo stava fuori, nella notte. Stanghàt fò ciüs ol purtù de la cà, batìa ol màl de casàs sóta i coèrte e de ‘ndörmentas. Non prima di aver raccomandato l’anima al proprio Angelo Custode e aver recitato ü Requeim per i mòrcc de la cà…


Contributo di Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna


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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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