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Tornare ai classici. Un appello alla scuola di oggi

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Photo by Ben White on Unsplash

Baudelaire rimpiangeva la Parigi che non c’era più (Le cygne). Per lui se n’era andato un pezzo di umanità. Noi oggi, ricchi di cose e di tempo libero, professionisti super occupati, non rischiamo di perdere il contatto con la nostra profonda umanità assecondando un’educazione che lascia da parte i classici? Perché il rifuggire dai classici della scuola francese odierna? Perché tornare ai classici? Chi sono i classici? Cliccando sulla parola in Internet non aiuta. Ancora pochi anni fa l’educazione passava attraverso lo studio dei classici. Sulla fine del Medioevo gli umanisti che avevano riportato in auge i classici avevano pari considerazione dei teologi.


Paideia era l’apprendistato dei fanciulli e adolescenti greci, in gran parte accompagnato dalla lettura dei grandi autori del passato: Omero, Erodoto, Eschilo, Pindaro. Skolé – per i latini otium – era il tempo durante il quale i fanciulli si preparavano sotto la guida di un pedagogo prima dell’entrata nella vita degli affari e nelle occupazioni pubbliche. Non era il tempo di preparazione ad un mestiere ma al ben vivere, cultura animi diceva Cicerone, un’educazione che i greci riservavano ai cittadini liberi, escludendo schiavi, stranieri e le donne, che invece le democrazie moderne estenderanno a tutti. C’è da dubitare sulla qualità. Non si rischia forse oggi di estendere ciò che i greci riservavano agli schiavi, un’educazione in funzione della macchina economica e indirizzata alla semplice acquisizione del mestiere? Quanto dice Aristotele sull’educazione dell’uomo libero (Etica Nicomachea) rimane attuale. Gli “infanti” (in-fans, non parlante) devono ricevere il viatico capace di orientarli nelle scelte della vita, attraverso il linguaggio e lo studio dei classici. Si tratta di un seme deposto nei primi anni in grado poi di dare frutti nella vita adulta. Imparano la lingua, l’uso delle parole, la capacità di controllare il discorso. Apprendono la lingua attraverso i migliori interpreti, familiarizzando con i classici. Il discorso (logos) trasforma in uomini pensanti e sociali.

I classici sono i depositari di sapienza. Il contenuto sapienziale si raccoglie in una forma forte e memorizzabile. E’ quanto ha accumulato nella lunga storia ed esperienza di vita il popolo greco, attraverso imprese e tragedie. Questo tesoro sapienziale ha superato la prova del tempo, si è amalgamato nella lingua, nella sintassi, nella grammatica, nel lessico. Si presenta al giovane allievo sotto forma di proverbio, di racconto, di metro poetico, in figure che catturano l’immaginario, ancor prima di rivelare il significato e costruiscono quel senso comune su cui la polis si fonda e si accorda. Il senso comune e non il genio fa concordi e permette una degna vita quotidiana. “Non possiamo dare agli altri se non quel che si delinea in noi” (Valery). Greci, Latini e la tradizione che si è aggiunta hanno attribuito alla parola un potere di affrancamento dalla bassezza, dall’animalità, dall’ignoranza e da ogni genere di egoismo. Aristotele propone un ideale di umanità senza nascondere le difficoltà davanti all’astuzia e all’odio che dilaga. Saggi e poeti ci hanno trasmesso conoscenze, massime, esempi sulla natura umana in grado di fissarsi nella mente; offrono ai ragazzi punti validi di partenza per conoscere e capire il mondo e assumerne una responsabilità. Inorridiamo davanti alle schiavitù antiche nonché recenti? Questo deve metterci in guardia dai conformismi o forme di colonialismo delle anime. Fuggiamo dalle nuove gerarchie sociali che vanno ad appannaggio di pochi privilegiati.


Emile Chartier (Alain) è tornato sul problema educativo e sul ruolo della lingua e dei classici. Con l’introduzione del libro stampato, ci spiega, è avvenuto un cambiamento simile a quello avvenuto nel passaggio dalla parola allo scritto. Passando attraverso una lettura silenziosa e solitaria, i classici sono rimasti e hanno affiancato il cammino dell’uomo della modernità. I nuovi lettori si sono sentiti membri di una comunità eccellente, cui si sono aggiunti altri classici con il passare degli anni, osservatori acuti dell’esperienza umana. Il canone dei classici si è modificato e l’educazione dell’uomo libero si è arricchita degli autori delle nuove lingue nazionali. Montaigne può essere un esempio per la letteratura francese. Ha fatto buon uso delle osservazioni di Aristotele. Ritiratosi dalla vita attiva, ha riletto i classici già studiati in tenera età ma ora illuminati da tutta un’esperienza di vita. E il confronto non è potuto che essere stimolante. Il passaggio alla stampa ha favorito la circolazione dei testi. Ha portato su larga scala ciò che i manoscritti limitavano ai chierici. Si sono moltiplicate le traduzioni. E’ aumentata la riserva preziosa da cui attingere. Anche Platone aveva temuto l’innovazione della scrittura: quanto del parlato andava perso! A compensare la perdita della memoria si era ricorso a nuove mnemotecniche. Così è successo dopo l’introduzione della stampa. Si è aiutato la lettura con la disposizione tipografica. Si sono aggiunte le illustrazioni, secondo argomenti e ambiti del sapere, tavole di arte, di botanica. Avevano cominciato già i miniaturisti medievali. Le immagini non hanno messo in discussione il primato del linguaggio né hanno rovinato il carattere politico o scientifico del testo ma hanno contribuito alla sua comprensione e memorizzazione. Immagine e parola a comune servizio della riflessione e dell’apprendimento.

Le rivoluzioni si sono ripetute con l’avvento della fotografia, del cinema, della televisione. Arti tradizionali come la pittura e la scultura ne hanno risentito; hanno dovuto rinunciare all’imitazione e hanno cercato altre strade per parlare all’uomo. La bilancia si è spostata poi sul piano industriale e pubblicitario. Il campo è stato occupato dalla moda, dal lusso, dal divertimento. Fino all’esplosione recente di Internet. Oggi viviamo in una tecnosfera fluviale e rischiamo di essere fagocitati dall’immediato. Gli adulti ridiventano bambini affascinati dal virtuale. Sparisce la differenza tra serio e faceto. Tutto si appiattisce. La lingua è l’inglese degli aeroporti, una forma di pidgin per gli scambi commerciali e per specialisti. “Non muoiono tutti ma tutti ne sono colpiti” (Lafontaine).  Non muoiono quelli che formati da una scuola solida sanno districarsi in questa folle corsa alla Rete. La maggioranza resta indifesa, esposta alla bufera di immagini e informazioni. Bisogna prendere contromisure, come nel V sec a.C. quando il poeta Simonide aveva inventato l’arte della memoria.

La questione educativa diventa vitale per l’avvenire delle nostre democrazie. Non può essere un’educazione a priorità tecnico-scientifica. Torniamo ai classici, impariamo dal passato, ripartiamo dai buoni testi che la tradizione ci ha affidato. Pratichiamo come si deve la parola e la scrittura. Riscopriamo l’otium che è riflessione, uno sguardo a distanza, un riposo contemplativo intelligente. Ne va di mezzo l’integrità e la libertà delle giovani generazioni. Facciamo in modo che non rimpiangano domani il tempo perduto.

(Tradotto ed adattato da Mauro Malighetti. Tratto da “Les humanités aujourd’hui”, Marc Fumaroli, Paris 16/10/2008: https://www.youtube.com/watch?v=YYtIzI-Ta1U


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