Tutti si lamentano. Meglio: quasi tutti. Quelli che basta imporre la chiusura (temporanea vivaddio) delle saracinesche e subito a lamentare perdite di incassi e clientela. Tutti gli altri, la maggioranza, accettano loro malgrado e si adeguano in attesa (temporanea) che il peggio passi e torni la normalità.  Sento il bisogno di tornare sull’argomento dopo l’articolo del 27 ottobre scorso (clicca qui) perché sembra proprio che la miopia corta del proprio interesse così come l’egoismo personale prevalgano sul bene comune. Un circolo vizioso di infantilismo narcisistico pare, o vorrebbe imporsi in una società obnubilata dal benessere consumistico e cieca di fronte ad un pericolo incombente, enorme come una montagna.

Cosa saranno mai due/tre settimane o mesi di “chiusura” se questo consentirà poi di riprendere a lavorare e guadagnare? E’ già successo una volta? Certo. Ma cosa abbiamo fatto per prevenire il ripetersi di tanta calamità? Ci siamo già dimenticati che bastava la minaccia di restrizioni estive e giù proteste e minacce di rivolta? Abbiamo rimosso che nonostante gli inviti al distanziamento sempre in vigore, abbiamo affollato spiagge come sardine e affollato discoteche come fossimo appena evasi da un carcere?

A chi addossare la colpa? Al governo incompetente e illiberale o al nostro (o meglio quello di chi se ne è fregato di tutto e di tutti) comportamento irresponsabile e diciamolo, ignorante?
Ma loro, i cosiddetti commercianti (dai tassisti ai pizzaioli, per intenderci) non ci stanno. Sempre primi a lamentarsi perché la cassa (giornaliera) rimane vuota. Salvo tacere che nei giorni di vacche grasse gli scontrini si facevano e non si facevano. Pertanto tanto denaro veniva messo al sicuro. Salvo tacere (è l’ISTAT pubblicarlo) che solo il 47% degli italiani (quelli a reddito fisso) paga regolarmente e totalmente le tasse mantenendo così anche l’altro 53% tra cui appunto i cosiddetti liberi professionisti. I quali, con un valore aggiunto di responsabilità (e soprattutto buonsenso) invece di protestare potrebbero anche ammettere una buona volta di affrontare il lockdown sulla base della rendita pregressa. E non pretendere sempre dallo Stato i “ristori”. Ristori che comunque lo Stato ha già garantito (ma anche qui a loro non va bene. Li vorrebbero subito perché aspettare anche solo 2 o 3 settimane “siamo alla fame”) come anche ha garantito di pagare (sempre con i soldi di chi le tasse le paga tutte) la cassa integrazione dei loro dipendenti (quelli, pochi, con contratti regolari).

Ma ancora non va bene. Perché, dicono, “vogliamo il lavoro non l’elemosina“. La “cosa” tuttavia ha del tragicomico perché comunque la gente non esce di casa e i locali rimangono clamorosamente vuoti, come ben testimoniano tanti servizi  delle TV. Ma oltre la tragicommedia c’è anche il ridicolo. Perché nessuno vuole ammettere che non è questo o quel ministro, questo o quel governo a svegliarsi (male) la mattina e decidere a suo piacimento di chiudere negozi, bar… bensì l’avanzare della pandemia e di un virus che ancora la scienza non ha compreso. Vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca. Non occorre essere dei geni per capire che o si chiude tutto (per un po’) oppure la pandemia ha campo libero. Basterebbe questo a imporre il silenzio a quelli che urlano “vogliamo lavorare“, “siamo alla fame“, “libertà“. Tutti, tutti facciamo grandi sacrifici e tiriamo la cinghia. Non solo i commercianti. Tutti (anche se non lavoriamo con la cassa e gli scontrini fiscali) abbiamo meno soldi in tasca. Eppure noi (la stragrande maggioranza) sopportiamo in silenzio e non scendiamo in piazza a rivendicare demagogicamente i nostri diritti, magari strumentalizzati da qualche furbo politicante.

Forse siamo gli unici (maggioranza, per fortuna) ad avere capito fino in fondo che siamo a bordo di un “Titanic” che sta lentamente affondando mentre su, in prima classe, si folleggia e si balla. Alla faccia del Covid.

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