Quella volta alla vigilia di Natale nevicò. Ma proprio tanto, più di un metro in poche ore. Forse lo ricordate anche voi, sono cose che restano nella memoria. Niente di drammatico, dal mio punto di vista di albergatore ai confini della civiltà. La cambusa del ristorante era ben fornita, fossero arrivati clienti sarei riuscito a sfamarli abbondantemente per giorni. Ma chi si mette in viaggio il giorno di una tempesta di neve? I conduttori delle cisterne di benzina, no. Almeno quelli che dovevano venire a rifornire le mie pompe rimaste a secco. Avevo chiamato nei giorni precedenti, ma non era arrivato nessuno e proprio la mattina del 24 dalla ditta telefonarono per giustificarsi: un loro camion era rimasto bloccato dalla nevicata in un luogo immoto, altri autisti si erano dati malati, questione di ore e avrebbero risolto, ma per il momento… auguri di buone feste.

Ancora non lo sapevo, ma quella telefonata sarebbe stata l’ultima per un paio di giorni. La cella che connetteva al mondo i miei telefoni si trovava in cima a un traliccio messo da qualche parte in montagna. La supernevicata lo aveva sommerso e in più una valanga lo aveva danneggiato. Per fortuna avevo una connessione al web via satellite… ma nella bufera la parabola non prendeva. E la televisione? Men che meno. Ma che ci fosse qualche problema mi accorsi a pomeriggio inoltrato, quando un suv si fermò al distributore. Il conducente aveva fretta, scese di corsa, non lesse il cartello con la scritta «esaurito» che avevo appeso alla pompa e tentò di inserire la carta di credito. Lo vidi agitarsi. La macchinetta infernale gli restituì la tessera, che cadde nella neve (anche sotto la piccola tettoia c’erano più di 10 centimetri). Si guardò intorno, vedendo poco causa fiocchi, individuò l’ingresso del ristorante, si precipitò dentro.

Gli comunicai il problema, mi domandò dove fosse un distributore vicino. «Dalla direzione da cui è venuto, una decina di km‚ gli dissi «all’altra parte forse un po’ meno. Sempre se trova aperto quello del paese. Altrimenti di più entrando in autostrada». Sbuffò. Dall’autostrada era appena uscito, era quasi bloccata. Sulla provinciale era un’impresa impossibile. «Ho delle camere, se vuole fermarsi» gli comunicai. Mi fece segno di attendere, forse gli ero sembrato il solito commerciante opportunista. Estrasse il telefonino, diede varie ditate. Si accorse della mancanza di rete, e io con lui. Sbuffò ancora, in maniera parecchio rumorosa. Della cisterna in arrivo (ehm, prossimamente) gli avevo già detto. Impiegammo entrambi qualche decina di secondi per pensare a possibili soluzioni. Eravamo in un ristorante, no? Mi chiese se poteva cenare. Forse non era una soluzione, ma forse, provvisoriamente, poteva aiutare.

Mentre ero in cucina arrivò una famiglia. Padre, madre, figlio circa decenne. Gli adulti sembravano scocciati per il contrattempo, lui sulla difensiva perché non era stato in grado di prevedere l’intensità della bufera, lei perché aveva consigliato, inascoltata, di partire prima. Il ragazzino correva di qua e di là nel salone del ristorante, notò che sotto l’albero c’erano alcuni pacchi e volle sapere di chi erano quei regali. Stavo per dirgli che, in effetti, erano lì soltanto a scopo decorativo ma sua madre mi anticipò intimandogli di non fare lo stupido e andare a sedersi. Il bambino continuò a mostrarsi divertito, corse da una finestra all’altra per avere diversi punti di vista sulla nevicata, anche se ormai fuori era buio e i lampioni della provinciale non aiutavano granché. Chiese alla madre se poteva uscire a fare un pupazzo di neve, ma lei non volle. Chiese alla madre il tablet, e lei lo concesse. Lui notò che era dello stesso modello di quello del signore seduto al tavolo all’angolo. La madre gli disse di non fare lo stupido e non disturbare. Il signore all’angolo stava giocando a scacchi, sul suo tablet, il ragazzino gli disse che sapeva giocare anche lui.

L’uomo domandò se potevano fermarsi a cenare, la donna rimase zitta ma il suo linguaggio del corpo era irritatissimo. Il bambino domandò se poteva prendere la pizza, ma la madre, che aveva già analizzato tutto il menù, gli disse di non fare lo stupido che di pizze non ce n’erano. Potevo forse fargliela, tanto c’era tempo e il bambino sembrava collaborativo e disposto ad aspettare. Ma non dissi niente e presi una normale ordinazione. Più tardi arrivò un nuovo cliente, un camionista. Il rombo del motore, prima che lo spegnesse, fece vibrare i vetri. Ci mise alcuni minuti a entrare, fece qualche commento sullo stato impossibile delle strade. Chiese se poteva fermarsi con il camion per la notte, almeno. Chiese se poteva cenare. Estrasse il telefonino da una tasca, solo per verificare che non c’era campo. Perfino il baracchino che aveva sul mezzo funzionava male, nel mezzo di una bufera così.

Quella serata continuò perlopiù silenziosa. Il Natale era là fuori nel mondo, che festeggiava pur con le limitazioni poste da pandemie e quant’altro. E il Natale era anche qui, dentro ognuno di noi che ci conoscevamo poco, per abitudine non davamo tanta confidenza a degli estranei. Pensavamo a dove avremmo voluto essere, con chi in presenza mascherine permettendo, con chi in mondi virtuali più liberi. Pensai a mia figlia, a Londra, cervello in fuga sperabilmente non da me. Forse stava tentando di telefonarmi, in qualche modo, farmi gli auguri. Probabilmente lassù il tempo era migliore, il pacco con il mio regalo le era stato probabilmente già recapitato. Chissà se le era piaciuto. La mia mano si spostò di qualche centimetro verso il telefonino che avevo appoggiato vicino alla cassa, ma si arrestò in volo. Eravamo isolati, uff.

Il bambino stava giocando a scacchi con l’uomo del suv. Sua madre gli aveva ripetuto più volte di non fare lo stupido eccetera, ma lui si era avvicinato lo stesso al signore sconosciuto e gli aveva detto che sapeva giocare, aveva imparato con il suo amico Enrico e si ritrovavano ogni tanto in internet. Ma adesso non si poteva. Il tizio gli aveva rivelato che lui aveva installato una app, con cui si potevano fare partite e analizzarle con un motore. Il bambino era incuriosito, perché non era la app che utilizzava lui. «Questa può fare anche presentazioni» spiegò il tizio «stasera avrei dovuto tenere una conferenza a manager di banca, ma è saltata…». Il bambino non sembrava impressionato. «Giochiamo?» chiese. Sua madre fece per intervenire, con il suo atteggiamento da non-fare-lo-stupido-non-disturbare, ma il tizio disse che andava bene.

Il padre sonnecchiava, la donna estrasse un libro dalla borsa e si spostò sul divano vicino al caminetto. Il tizio vinse in pochi minuti, ma il bambino chiese la rivincita e ne giocarono un’altra. Altre. Il tizio ogni tanto faceva commenti, domandava se il bambino fosse sicuro della sua ultima mossa, mostrava manovre. Il bambino non era da meno. «Bella questa combinazione» disse a un certo punto il tizio «sei un bravo giocatore» e lanciò uno sguardo alla madre, quasi pronto a scusarsi per aver espresso un parere così diverso da quelli precedenti di lei. Il bambino fece un gesto quasi svagato: sapeva perfettamente di essere tutt’altro che stupido.

Il camionista venne a pagare la cena e chiese se poteva dormire sul camion invece di prendere una stanza. «In cambio domani mattina le darò una mano a spazzare il piazzale dalla neve, così mi tengo in forma» disse. Gli dissi che non c’era problema, ma lui aveva voglia di parlare un po’, di spiegare, di raccontare. Una volta era stato un ciccione, i suoi amici lo prendevano in giro perché gli veniva il fiatone quasi a ogni movimento facesse. Ma in effetti si stava soltanto difendendo, tutto quel grasso era una corazza che si era messo addosso per tener fuori… be’, quasi tutto, la vita infame, le brutte persone, le impossibilità, i fallimenti. Era cambiato tutto quando aveva cominciato a prendersi cura di sé, ad andare in palestra, a correre ogni mattina per qualche chilometro prima di andare al lavoro. «Domani mattina mi sa che di correre non se ne parla» concluse «per cui farò esercizio fisico come spazzaneve».

Dissi che andava bene «ma prima c’è un Natale da festeggiare, se le va. Ho un panettone che mi ha regalato un mio amico pasticciere, non mi va di mangiarlo da solo». Accettò. Il bambino, con le sue antenne sensibili, appena sentì che c’era il dolce produsse quel po’ di agitazione che sembrava andare bene con ogni festa. I suoi genitori si risvegliarono dal torpore, perfino sua madre non trovò niente da ridire. Andai a prendere l’occorrente, ci sedemmo a un nuovo tavolo. Il quasi assoluto silenzio delle ore precedenti si trasformò in una festicciola allegra. Il tablet del tizio aveva in memoria un po’ di musica adatta. Dal Natale fuori di noi eravamo rimasti isolati. Ma era Natale soprattutto dentro di noi.

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Guido Tedoldi

Nato nel 1965 nel milieu operaio della bassa Bergamasca. Ci sono stato fino ai 30 anni d’età, poi ho scelto di scrivere. Nel 2002 sono diventato giornalista iscritto all’Albo dei professionisti. Nel 2006 ho cominciato con i blog, che erano tra gli avamposti del futuro. Ci sono ancora. Venite.

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