Il traffico per arrivare è scoraggiante per arrivare a Mantova. Poi si è in paradiso. Il muraglione, il lungo lago, Palazzo Ducale, S. Andrea. Ne valeva la pena. Tutto è pronto ad accogliere il turista, dai musei, alle Chiese, ai ristoranti. Ma i parcheggi sono semivuoti, la Piazza libera, non si vedono comitive con guida e bandierina, né file di studenti in gita. Niente code ai botteghini e la signora della biglietteria spiega paziente le combinazioni di visite e costi, con o senza la Camera degli Sposi. Non la vedremo,dove il Mantegna dipinse in un’istantanea la famiglia in festa per il figlio del Marchese, Francesco, di ritorno da Roma con il cappello fresco di cardinale. Personaggi indimenticabili di cui conosciamo vicende e destino: il padrone di casa Ludovico Gonzaga che conquistò il titolo sul campo di battaglia, la marchesa Barbara di sangue imperiale, venuta dal Nord, la bella Barbarina andata in sposa in Germania con la nostalgia dell’amata Mantova, la nana Lucia, l’ultimogenita Paola nell’atto di porgere una mela, il cane preferito accucciato nella sua cesta. Ci basta una visita veloce, un sopralluogo.

Cominciando dalla Cattedrale. La facciata è nascosta per i lavori di ristrutturazione ma dentro si ammira la sala ariosa e luminosa disegnata da Giulio Romano che già aveva lasciato l’impronta del proprio valore nella Villa del Te. Architetto e pittore, o meglio artista a tutto tondo, una delle figure rappresentative del Manierismo, era stato portato alla corte dei Gonzaga dal letterato Baldassarre Castiglione. Nato a Roma visse qui la più parte della sua breve vita e poi sepolto. Nella Chiesa c’è un affresco che rappresenta il Concilio di Mantova indetto dal Papa umanista Pio II all’indomani della caduta di Costantinopoli del 1453 per mano dei Turchi: “che la smettessero – il Papa si rivolgeva ai principi cristiani –  di combattersi tra loro e andassero a far guerra dove ci voleva”.

Lasciamo Piazza Sordello, intitolata al poeta del “volgare italiano” ricordato da Dante nel Purgatorio quando rivolgendosi a Virgilio, la sua guida, così dice: “o mantoano, io son Sordello de la tua terra”. Dante teneramente aggiunge:  “e l’un l’altro abbracciava”.

Si profila la materna cupola di Sant’Andrea, come chioccia che cova, e il campanile dalla punta aguzza. Qui è custodita la preziosa reliquia del Sangue di Cristo, che secondo la tradizione fu raccolto ai piedi della croce dallo stesso soldato che lo aveva trafitto nel costato.  Purtroppo sta per chiudere. Ci accontentiamo di ammirare l’armonia della facciata, con l’arco trionfale che la caratterizza. La chiesa, disegnata dal Leon Battista Alberti è un capolavoro dell’architettura rinascimentale, un modello di spazio sacro ripreso dovunque.  Condividiamo la delusione con un’altra giovane coppia di Bergamo e ci diamo appuntamento all’apertura pomeridiana.

I camerieri in frenetico andirivieni stanno preparando il pranzo. Non trovo gruppi di pensionati a discutere davanti al tabellone del menù né seduti ai tavolini in chiassose conversazioni. Forse i primi freddi li hanno trattenuti al caldo rassicurante di casa o sarà la paura del covid? Si attarda a tenere il posto una bancarella che espone zucche di ogni forma e dimensione. L’estate delle angurie mantovane è lontano.

Dopo lo spuntino di mezzogiorno una passeggiata al lago di mezzo. La banchina è deserta, al largo il traghetto sul lago si muove senza passeggeri. Né sono occupate le panchine del lungolago mentre una barca con vogatore scivola sull’acqua. Dopo le piogge dei Morti quasi trabocca. Si staglia oltre la pianura il profilo dei monti tinti di bianco.

La fortezza o Castello dei Gonzaga, oggi spoglio e in attesa di utilizzo manda ancora segnali minacciosi. Qui ripararono le truppe di Radetzsky all’indomani delle gloriose giornate di Milano del 1848. Stettero rinchiusi i Martiri di Belfiore, fino all’esecuzione. L’Austria mostrava il pugno di ferro contro le congiure dei carbonari che volevano una nuova patria e l’Italia unita. Nonostante le numerose perorazioni di clemenza furono impiccati, e tra di essi don Tazzoli, fuori della porta che dà sul Lago Superiore.

Una capatina al Monumento di Virgilio, che sta sul piedistallo con la mano alzata verso la città. Anche lui scacciato dalla sua terra per far posto ai legionari di Augusto. Chiedo scusa per la fretta ma non voglio che l’ombra della sera mi sorprenda per strada. Mi chiederanno? “solo questo di Mantova?” No, ma è stato un respiro che mi ha fatto venir voglia di tornare.


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