Siamo il Paese dell’opera buffa.Non solo perché questo genere musicale l’abbiamo inventato noi ma anche perché  tanti accadimenti della cronaca e della politica nostrane, dopo una partenza (meglio, falsa partenza) di perentoria serietà,  finiscono spesso in mortificante ilarità. 

Senza scomodare la storia comunque, volgiamo l’attenzione nel nostro piccolo, alla nostra città  dove spesso la patetica ancorchè incontrollata pochezza finisce per partorire involontaria comicità. Sono anni (8!) che dal palcoscenico del teatro Donizetti, complici un Giorgio Gori sindaco-guardatemi-ma-non-toccatemi e una Nadia Ghisalberti assessora (non pensionata!) alla (s)cultura, ma soprattutto una Fondazione Donizetti sono proni alla spettacolarità invece che alla autorevolezza. Fanno credere al colto e all’inclita che è in atto (pardon, in avanzatissima diffusione) una rivoluzione lirica di marca donizettiana (pardon, Donizetti revolution come loro preferiscono chiamarla in omaggio alla risonanza mondiale del “Festival Do“) di cui nessuno (pardon, pochi spesso eletti dalle buone relazioni degli uffici stampa) si è accorto. Il tutto sotto la regia competente (?) e interessata (?), del direttore artistico brembano Francesco Micheli, genius  loci che, contraddicendo il detto “Nemo profeta in patria” ha confermato l’altro detto “l’eccezione conferma la regola“, aggiudicandosi successo e denari in casa.

Se la cosa non fosse seria perché attinente non solo all’effimero divertimentificio ma anche alla formazione valoriale della cultura e alla intensità evolutiva della musica (nella fattispecie classica e lirica) potremmo assistere a tutto ciò come a una ludica farsa artistica (buffa, appunto) dove tutti loro protagonisti se la suonano e se la cantano come vogliono. Dando letteralmente i numeri e gli apprezzamenti che loro dicono. E tutto passa. Tutto finisce in cavalleria. Anno dopo anno. E a goderne, sempre gli stessi.  Peccato che gli unici numeri che NON danno MAI (sottolineo MAI) siano quelli relativi ai costi. Eh, sì. Chi paga? Quanto costa, anche nei dettagli, tutto l’ambaradan  rivoluzionario del Donizetti revolution? La mancata trasparenza suscita inevitabili sospetti. Purtroppo nessuno osa alzare la voce o fare bastian contrario. Tantomeno stampa e media locali. Come le paginate e i titoloni di questi giorni dove si continuano a reiterare (da 8 anni appunto) rivoluzioni donizettiane che si fermano sulla soglia del teatro di Piazza Camillo Benso conte di Cavour 15, o si propinano millantate teorie di stampo musicologico tipo “Donizetti rivoluzionario“, “Donizetti  fondatore del romanticismo musicale” accanto ad altre puramente velleitarie e fuori da ogni logica tipo “Il viale davanti al teatro lo trasformeremo come Broadway” e via delirando.

Ma, Fodazione Donizetti ci fa o ci è? Davvero crede in questa DONIZETTI Revolution che appare piuttosto una Donizetti Devolution? Con serate musicali come quella dell’altro giorno definite “Donizetti dinamite emozionale” o, peggio  “Chi fa spettacolo, annuncia i suoi spettacoli facendo spettacolo” (per l’appunto: spettacolo! Solo spettacolo!), facendole passare come evento assolutamente imperdibile ma propinando agli osanna del pubblico gaudente solo 2 cantanti e un pianoforte. Ah, dimenticavo, e l’affabulatore deus ex macchina ancora lui Francesco Micheli alias Gaetanus orobicus brembanus.

Sarebbe forse auspicabile che la Fondazione rileggesse i compiti cui è preposta onde dare un senso a tutta questa elefantiasi mediatico-autoreferenziale col totale beneplacito di un’amministrazione  panem et circenses. Sotto la nobile apparenza della rinascenza donizettiana sembrano invece  emergere più tornaconti demagogici imbevuti di vernice politica e megalomania pseudoartistica. Oltretutto riservati al cerchio magico delle solite agenzie e dei soliti addetti ai lavori. Per non sembrare, a mia volta saccente e presuntuos , cito uno scritto di Claudio Casini tra i più competenti musicologi italiani del Novecento, a proposito di… Donizetti rivoluzionario, romanticismo musicale e fermiamoci qui. Parole che smentiscono sia l’ignoranza presuntuosa di chi antepone il proprio supposto genio alla verità storica e musicale sia di chi condivide passivamente da buon accolito (politico o scientifico) qualsiasi messinscena purchessia.

Scrive Casini: “Rossini stabilì il modello del melodramma italiano… trasformò l’opera seria settecentesca in melodramma, quale sarebbe poi stato coltivato dalle generazioni successive…. Donizetti sviluppò i nessi tra svolgimento della melodia e variazioni psicologiche dei personaggi,  approfondendo un punto fondamentale della drammaturgia rossiniana… Con Donizetti ci si trova ad una condizione intermedia tra la concatenazione globale di Rossini e la ricostruzione della dialettica antica, ma in senso romantico di Bellini… Donizetti si trovò nella tipica condizione di attuare possibilità non ancora esperite in un campo già ampiamente battuto dai predecessori“.

E ci fermiamo qui. Non citiamo, per carità di patria, altri illustri quanto autorevoli studiosi e musicologi sia italiani che stranieri, i quali, pur riconoscendo al grande compositore bergamasco genialità inventiva e melodrammatica, non mancano di sottolinearne chi la prolissità del linguaggio, chi la routine da mestierante (oltre 70 opere in 3 decenni che gli valsero da parte dei più maligni l’epiteto di d o z z i n e t t i), chi l’appartenenza a un mondo italico pervaso di lirismo non sempre di gusto elevato e popolareggiante che, dopo Rossini, troverà in Verdi il principale autore in grado di staccare l’opera Italiana dalle ragnatele della tradizione per proiettarsi nella più ampia e autorevole dimensione europea. Tutte valutazioni storiche arcinote, anche (almeno, crediamo) dalla Fondazione. 

Dunque nessuna rivoluzione nel Donizetti revolution. Nessun fondatore del Romanticismo musicale. Basterebbero, per persone serie e intelligenti, due soli verbi del testo sopracitato: “Rossini STABILÌ” , “Donizetti SVILUPPÒ“. Tesi ampiamente diffuse e accettate da tutta la più accreditata critica e filologia musicologia nazionale e internazionale. Tesi ampiamente risapute dalla Fondazione Donizetti. O no? Eh no. Che in una città d’arte quale è Bergamo, una città di solide quanto illustri tradizioni culturali tutt’ora assai attive, debba essere un qualsivoglia cronista o gazzettiere a ricordare “certe cose” e richiamare al senso (buonsenso) critico, c’è di che interrogarsi sulla qualità e sulla personalità dei suoi amministratori e responsabili artistico-scientifici.

Spiace che in piena e dilagante epoca fake news anche chi dovrebbe salvaguardare, promuovere e sviluppare ricerca e documentazione storica, educazione e formazione ai valori dell’arte e della bellezza quale patrimonio comune, fruizione e condivisione non meramente edonistica stile fast food, contribuendo così al miglioramento della società tramite una mentalità più aperta e progressiva soprattutto per le giovani generazioni, si limiti ad accettare acriticamente scelte e progettualità guidate da marketing a chilometro zero, originalità spregiudicata, mediaticità fai da te o ad alto tasso d’interesse. 

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