Noi occidentali siamo abituati ad una libertà come fatto individuale; ci reputiamo esseri razionali responsabili delle nostre azioni. Per i Greci la libertà (eleuthería ) è soprattutto una condizione politica; dipende dalla polis. Gli Ateniesi si sentono liberi perché non sono schiavi (doùloi) di nessuna signoria. Erodoto racconta delle conquiste e dominazioni dei vari popoli, dagli Assiri ai Persiani. Atene si è affrancata da qualsiasi giogo (despoté).

Ne parla Platone nelle Leggi. La polis greca è una città-Stato, in un orizzonte politico   che le consente di essere padrona del proprio destino. La libertà non è condizione originaria dell’essere uomo; è un acquisto. I Greci l’hanno conquistata al prezzo di sofferenze e di lotte.

Aristotele ha consultato l’atto fondante della democrazia ateniese, la Costituzione di Solone (VI sec. a.C.) come ha raccolto (Scritti politici, Rubettino) e messo a confronto molte costituzioni delle città greche, almeno 148, e di altre città limitrofe. Rileva le diverse forme di costituzione: quella democratica dove comanda il popolo, aristocratica dove si punta alla virtù (aretè), l’oligarchica o governo dei pochi, la plutocratica i cui governanti sono i ricchi. In ogni forma di governo c’è il rischio della prevaricazione. Si tratta di arrivare ad una sorta di equilibrio, un punto che smussi le differenze.

La Costituzione ateniese parla della libertà che ha fondamento nella legge (nòmos). La regola è garanzia contro la prevaricazione. Tutti nella città sono uguali perché la legge riguarda tutti. Ciò non toglie che non si verifichino condizioni di fatto diverse: accanto alla condizione del cittadino libero c’è chi è ridotto in schiavitù per debiti o come bottino di guerra. La disuguaglianza nasce dal censo. Non tutti offrono le stesse garanzie per la difesa della città; i ricchi mettono più mezzi a disposizione, conseguentemente hanno più diritti.

Sparta presenta un altro modello di polis: un gruppo domina, la maggioranza degli iloti sono servi, tenuti con la forza. Vige l’uguaglianza tra gli spartiati dominatori. In comune hanno le donne e i figli; possiedono parti uguali di terra; è proibito l’oro e l’accumulo di ricchezza. La vita pubblica di Atene segue regole più democratiche. C’è libertà di parola in assemblea (ekklesìa), per cui conta la retorica, il ben parlare. Le questioni sono decise per maggioranza. Spesso la libertà degenera in arroganza, la libertà di dire tutto (parresìa). Altre volte può essere un atto di coraggio, un gesto di protesta contro la tirannia. I cinici la usavano per scandalizzare contro le istituzioni svuotate di senso. Si racconta di Diogene che per richiamare a valori più importanti non si vergognasse a soddisfare i suoi bisogni naturali in pubblico e a rivolgere parole irriverenti verso i suoi concittadini.

La scelta di libertà di Atene non fu la stessa per tutto il mondo greco; c’erano città che avevano preferito la sicurezza offerta dall’impero persiano. Circa il quesito se la schiavitù sia qualcosa di naturale (katà fusis) o contro natura (parà fusis) Aristotele osserva che alcuni popoli per natura sono più forti, altri più deboli e predisposti alla sottomissione. Nella famiglia la donna è inferiore all’uomo e il suo posto è nella casa (oikòs). Non vige la libertà dei figli nella famiglia patriarcale greca.

Paradossalmente Alessandro Magno, allievo di Aristotele, quasi contraddicendo l’insegnamento del maestro, spazzò via tante distinzioni e annullò le differenze di popoli, lingue (koiné), religioni, culture, tradizioni. Creò la base del cosmopolitismo ellenistico. Con l’Impero di Alessandro l’uomo greco perse la sua libertà politica. L’allargamento della cittadinanza svuotò di senso le libertà della polis.

L’uomo greco ripiegò su una diversa libertà, quella interiore. Gli stoici rivendicheranno una dignità dell’uomo garantita dalla ragione (logos), gli epicurei predicheranno una nuova comunanza, quella degli amici. Nacque un nuovo senso del mondo: gli atomisti spiegheranno che non più il destino segna gli avvenimenti ma il caso, come casualmente si muovono gli atomi.

Altra visione è la nostra rispetto a quella di Aristotele, come altri i temi con cui oggi ci confrontiamo, basti pensare al tema della cittadinanza. Resta la vitalità di quel pensiero. Il Cristianesimo ha fatto suo il senso greco di libertà interiore: “Noi non siamo più schiavi ma tutti figli di Dio” “vi ho chiamato amici perché vi ho detto tutte le cose del Padre mio”.


A cura di Mauro Malighetti (sintesi di una lezione di Giuseppe Girgenti, docente all’Università “San Raffaele” di Milano, Eleuthería nell’Atene classica. Una condizione politica prima
che etica del 23 febbraio 2021 nell’ambito della programmazione di Noesis).


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