Visti dall’alto, molto dall’alto (immaginiamo di essere su un’astronave e vedere il nostro pianeta tutto intero in un oblò) questi vertici politici inopinatamente definiti dei “grandi della terra” sembrano, per i loro nulla di fatto, simili a giochi fra bambini: un vero e proprio asilo infantile dove controversie, dispute e cattiverie sono reciproche e insolubili. Ha sempre cominciato prima lui, la colpa non è mia, ecc. ecc.  Con la differenza che se in un asilo infantile la scena e la sfida è quasi bucolica e i giochi si limitano a sfogarsi in capricciosi egoismi, nei “giochi” per adulti l’atmosfera (letteralmente) è drammatica anzi apocalittica. A parole (bla bla bla, Greta docet) le intenzioni di tutti sono positive e concordi, nei fatti poi ognuno difende i propri interessi (in realtà: quelli delle lobby e delle multinazionali che rappresentano) e le proprie irresponsabilità. 

Così dopo giorni (come i roboanti G20. L’ultimo a Roma) o addirittura settimane (come l’attuale Cop26 in corso a Glasgow) di finte strette di mano, ipocriti inchini, laute tavolate e brindisi in abito sera (ma soprattutto dopo pazzeschi inquinamenti di aerei di stato-privati e mega auto blindate in libera e protetta circolazione) il tutto si conclude con nulla di fatto, auspici di buone intenzioni, scadenze mai definite e arrivederci al prossimo vertice. Che ripeterà inevitabilmente i medesimi inutili copioni.  È così dal 1992: vertici mondiali da Kyoto a Parigi e ora Glasgow. Presi solenni impegni a parole poi sistematicamente disattesi nei fatti; fissate scadenze per limitare inquinamento e produzioni industriali nocive poi altrettanto sistematicamente inattuate. Per carità tutto umanamente comprensibile e anche ammissibile. Tutto nella logica a tempi lunghi per una trattativa di dimensioni planetarie. Ma tutto ormai insopportabile e non più accettabile perché in ballo c’è il futuro della sicurezza e addirittura della sopravvivenza del nostro piccolo pianeta, la cui vita o morte può anche risultare ininfluente se proiettata nella dimensione mega indefinita delle oltre 50 miliardi (ultimi conteggi) di galassie rotanti nell’universo. 

Il tutto però drammaticamente concreto per un futuro prossimo carico di calamità ambientali sempre più disastrose e frequenti in ogni angolo del pianeta. Un futuro quanto mai incerto e devastante per i nostri figli e nipoti, perché come ormai anche i politici sostengono: siamo a 1 minuto dalla mezzanotte. Cioè dall’apocalisse. Perché già oggi, adesso, i ghiacciai scompaiono, la biodiversità di animali e vegetali si riduce a vista d’occhio, il Polo Nord e il Polo Sud si restringono con effetto già evidente di innalzamento degli oceani, le superfici verdi invase quotidianamente da nuove cementificazioni e urbanizzazioni. Per non parlare della foresta amazzonica (polmone del nostro pianeta ) devastata da disboscamenti e incendi, dell’invasione della plastica ovunque nel mare e sulla terra, dell’inquinamento atmosferico. E loro, i cosiddetti “grandi” che fanno? I più consapevoli fissano scadenze a lunga gittata (tipo: 2050. Anzi no, per timore di essere smentiti troppo smaccatamente: intorno alla metà del secolo) tanto loro non ci saranno più e nessuno presenterà loro il conto.

I più populisti prolungano ulteriormente i limiti temporali (addirittura 2060, 2070) come se 20 anni in più di sfracelli ambientali e inquinamenti industriali fossero poca roba, tanto ormai un buchino in più dell’ozono atmosferico o qualche megatonnellata in più di gas serra nell’aria che (TUTTI) respirano, chi se ne accorge? Alla faccia dell’evidenza quotidiana. Tale che anche i bambini (ignari, innocentemente, di tutto ciò e di quello che il futuro serverà loro) scendono in strada consapevoli man mano aprono gli occhi di che mondo stanno per ricevere in eredità dagli adulti. Alla faccia anche di una realtà evidente ma abilmente rimossa dai poteri e dai potenti, con l’avvallo di media compiacenti, che ormai siamo a un punto di non ritorno. Secondo gli scienziati pessimisti. O tutt’al più sull’orlo del punto di non ritorno, secondo gli scienziati più ottimisti.

Per la verità una voce fuori dal coro si è  levata prontamente. Quella del segretario generale dell’ONU Antonio Gutierrez: ci scaviamo la fossa con le nostre mani. Ma si sa l’ONU è una voce nel deserto. Politicamente, finanziariamente, industrialmente e commercialmente non conta. Ma dovrebbero bastare queste poche incisive parole a rendere chiara in tutta la sua reale attualità, la situazione in cui gli 8 miliardi abitanti del pianeta Terra sono quotidianamente calati. Basterebbero queste poche terribili parole a smuovere la ragione e gli egoismi dei cosiddetti “grandi” per farli decidere immediatamente sul da farsi. Addirittura a concludere seduta stante i 12 giorni della Cop26 di Glasgow con una sola unica scelta: se vogliamo sopravvivere dobbiamo tutti rinunciare a qualcosa. I grandi trust economici industriali al profitto, i politici al nazionalismo miope e demagogico, tutti noi comuni mortali a qualche comodità più o meno superflua. Sembra utopia ma è l’unica soluzione che ci rimane. Altrimenti finiremo come sul Titanic: continueremo a ballare mentre la “barca” sta affondando.

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