Alla fine la notizia è arrivata, com’era pressoché scontato e fin troppo prevedibile. Placido Domingo, l’ottantenne tenore spagnolo, non sarà più il baritono Belisario sul palcoscenico del rinnovato teatro DONIZETTI nell’omonima opera della stagione lirica.  E vogliamo credere che il primo in assoluto ad esserne contento sarà proprio Gaetano Donizetti, che dopo aver sussultato all’improvvido annuncio (estivo) ora riacquisterà la pax eterna.

Contente saranno anche le donne (rappresentate dal movimento “Non una di meno“) che auspicavano inascoltate (da chi di dovere: sia a livello artistico che istituzionale) il ritiro di una presenza maschile così inopportuna e ingombrante per le note vicende di molestie sessuali addebitate all’artista iberico da più parti. Probabilmente soddisfatti, ultimi ma non ultimi, saranno i melomani e appassionati donizettiani, bergamaschi e non, i quali per un ruolo tanto importante e “nuovo” si sarebbero aspettati una personalità adeguata. E, diciamolo subito, il baritono Roberto Frontali chiamato (con colpevole e “umiliante” ritardo) a sostituire la (ex) star canora spagnola, è quel che ci voleva: non v’è dubbio che la sua interpretazione sarà eccellente e magari contribuirà all’affermazione di quest’opera sconosciuta del nostro genio musicale.

A non essere contenti però saranno coloro che hanno preannunciato e imposto un protagonista artistico tanto fuori ruolo quanto “fuori posto”. Mettendo in mostra di perseguire finalità ben al di là dell’evento artistico e culturale, ma tendenzialmente improntate a megalomania e visibilità: al servizio della pubblicità e della cassetta. Tutto va bene purché se ne parli. La qualità lasciamola agli snob o agli (iper) critici come il sottoscritto.  È senz’altro più facile creare manifestazioni per il consenso e l’autocelebrazione piuttosto che creare progettualità che oltre alla spettacolarità favoriscano una crescita culturale. Fare cultura intesa come antidoto alla semplificazione e all’intorpidimento del pensiero è meno appagante e molto più complesso in un contesto determinato e condizionato dalla sagra del video-livellamento e dalle oscenità (etimologicamente fuori dalla scena) parolaie dove risulta impossibile chiamare in causa la dignità e la responsabilità di chi osserva e di chi “partecipa” nella fatica del coinvolgimento e dello sforzo del pensiero.

Aspetti, questi, che però chi si fregia del titolo di sindaco, di assessore alla cultura, di direttore artistico e, non ultimo ma primo, di membro di una Fondazione (culturale?) dovrebbe quantomeno se non proprio perseguire almeno favorire.  Cari “signori” del cosiddetto Donizetti Opera Festival non siete nemmeno stati capaci di essere coerenti con le vostre scelte soloniche. Infatti se proprio volevate inaugurare con Domingo perché non spostare l’evento di 2 settimane visto il forfait del cantante per mese di novembre? Oppure, ammesso e non concesso che i motivi di salute abbiano imposto la rinuncia al tenore (baritono, per voi) e dietro vi siano invece (come si dice in certi ambienti musicali) ben altre motivazioni, perché non aspettarne il suo pronto ristabilimento? Oltretutto lo spostamento in avanti della nostra più qualificata manifestazione lirica sarebbe imposto, a nostro modesto parere (ma non solo) da ragioni ben superiori e imperative: l’emergenza sanitaria e soprattutto l’impossibilità del pubblico di vivere in prima persona l’evento. Come dovrebbe essere lo scopo unico e ultimo dell’opera in sé e del “cartellone” (inteso come successione edonistica e festosa di spettacoli).

Ma voi niente. Come già avvenuto per il Requiem al cimitero, la fretta di arrivare primi e essere “parlati”, visti, osannati vi ha indotto in errore, facendo assistere ai bergamaschi un (evitabile, inutile?) doppione, con inevitabile spreco di danaro e risorse di tutti (quelli che pagano). Ora invece, rimandando il Donizetti Opera Festival (DOF) a tempi migliori, si sarebbe potuto sfruttare il web e la televisione non per uno streaming striminzito di spettacoli simil campionato di calcio senza pubblico, bensì per una operazione DAVVERO nel segno della cultura (come ho cercato di esplicare più sopra) con approfondimenti qualificati, incontri e dibattiti artistico-musicali sull’importanza e l’attualità odierna di un personaggio come Donizetti (che niente ha da spartire con una impossibile e inattuale ‘Donizetti revolution’, ancorché tutta da dimostrare non essendo Donizetti da nessuno nella musica considerato rivoluzionario. Tutt’altro) e esplorazioni nella sua vita umana, sociale e artistica. Con esecuzioni mirate e magari inedite affidate a giovani interpreti e artisti. E soprattutto con l’apporto e il contributo competente di musicologi, studiosi, musicisti, Donizetti Society di tutto il mondo e da tutto il mondo. Questo un vero servizio alla cultura e alla causa donizettiana! Questo il modo più giusto, efficace e antiautoreferenziale per chi vuol solo apparire, di rendere il massimo tributo (in tempi di distanziamento sociale) all’arte e al genio di Gaetano Donizetti.

Eh… La “Renaissance donizettiana” di gavazzeniana (leggi Gianandrea Gavazzeni) memoria!

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