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Nota stonata. Di più: accordo cacofonico. Non è la prima volta che la Fondazione Donizetti scivola sulla buccia di banana da lei stessa gettata.

Al netto del suo autorevole mandato e del suo (non sempre così) autorevole Consiglio, non sono poche le polemiche che l’hanno vista protagonista, soprattutto nel corso degli ultimi quindici anni. Ora la “frittata” però appare in tutta la sua evidenza. 

A fronte di un direttore musicale (Riccardo Frizza) assente giustificato alla direzione di “Caterina Cornaro” – opera donizettiana che concludeva, nei giorni scorsi, la stagione Donizetti Opera Festival, (soprattutto inaspettato e non previsto  almeno dai programmi e dal cartellone ufficialmente diffusi) – sono almeno due le versioni (contraddittorie) fornite dai vertici del Consiglio suddetto.

La prima versione

Si sapeva tutto tant’è che, in concomitanza con l’impegno operistico dello stesso Frizza al Teatro San Carlo di Napoli nei giorni della Caterina Cornaro a Bergamo, avevamo predisposto un maestro sostituto (che poi ovviamente da sostituto è passato a titolare) del podio. Della “povera” Caterina.

Seconda verisone

Non potevamo sapere quando e come la Rai – impegnata a registrare l’opera napoletana – avesse effettuato il suo lavoro televisivo. Guardacaso coinciso con la serata donizettiana a Bergamo.

Entrambe le risposte, diffuse anche sulla stampa (mettetevi d’accordo prima, almeno) appaiono quanto meno poco professionali persino sprovvedute. Un pasticcio che non solo ridicolizza un ente prestigioso, ma anche fumoso e quasi carbonaro (tant’è che scelte, costi, organigrammi passano sulla testa dei bergamaschi primi fruitori culturali di una manifestazione pubblica simbolo della città natale di uno dei massimi compositori del melodramma). Per l’ennesima volta la Fondazione difetta in trasparenza. Con la complicità indiretta dell’ente preposto al controllo, cioè l’Amministrazione vomunale.

Dopo la frittata comunicativa

Guardacaso il giorno successivo alla frittata comunicativa, la Fondazione, ingenua e “pura siccome un angelo” come nulla fosse, si è affrettata a divulgare comunicati stampa sulle meravigliose sorti e progressive della stagione operistica appena chiusa: numeri di spettatori, italiani e stranieri, visibilità sui media e sulla stampa internazionali, ecc ecc. Numeri da sempre più o meno simili in quanto la capienza del Teatro è immutata nel tempo (anzi, in anni non soggetti a norme restrittive sulla sicurezza poteva vantare addirittura un paio di centinaia di spettatori in più. Come ricorderanno non pochi abbonati). Al netto dei social che tempo fa non esistevano e al netto di sponsorizzazioni danarose pubbliche e private, che variano a seconda della meteorologia  economica. Basta sfogliare tutte le annate della stampa locale: ad ogni fine stagione lirica numeri e cifre esaltanti e in crescendo esponenziale. Secondo gli addetti ai lavori, naturalmente. Tanto che dopo 40 anni di Festival Donizetti e il suo tempo, e via dicendo, il teatro invece dei circa 1.000 posti dovrebbero poterne disporre del quadruplo almeno. 

La Musica fa Civiltà

Bergamo è orgogliosa del suo Donizetti. E anche di chi è chiamato a dirigerlo. Meriterebbe un coinvolgimento più partecipato, chiarezza e documentazione sull’intero meccanismo che implica onere delle prestazioni, costi dettagliati di allestimenti, artisti, personale, commesse varie, valorizzazione delle risorse esistenti e a costo zero, strategie culturali. Va bene cantarsela e suonarsela da soli senza mai un contraddittorio magari pubblico, ma almeno fare del Teatro un luogo di crescita e sviluppo non solo spettacolare ma anche culturale e civico. Perché, come sostiene la scienza, i vari linguaggi culturali, come la musica, informano i nostri modelli di pensiero e comportamento con cui viviamo la nostra condizione di donne e uomini nel mondo. E servono per educarci a leggere e capire meglio noi stessi oltre che definire lo stato della nostra civiltà. La musica è parte costitutiva del nostro pensiero, linguaggio e campo cognitivo fin dal grembo materno ( come dimostrano molti studi di psicologia e antropologia).

Sarebbe ora che anche i nostri programmi e manifestazioni culturali, oltre all’aspetto economico e ludico, si proponessero attivamente a fare de ” Teatro” un luogo anche di crescita e di condivisione non solo effimera. Anche perché a pagare (non solo il biglietto) sono sempre i cittadini. Melomani o meno che siano.