La meraviglia nasce da eccedenza. L’uomo è colto da sorprese confortanti e eventi che lasciano nell’incertezza, immerso in mirabilia.

L’essere umano è “un misto di stupore e sconcerto”, “batte e rivolta la terra”, “è dotato di parola ordinatrice” e “inarrestabile va incontro al suo destino” (Antigone, Eschilo).

Il mondo è per l’uomo ambivalente, sensazione di spavento e di attrazione, percezione di insidia e invito espansivo, esperienza repulsiva e curiosità che si fa ricerca. Può apparire wonderful meraviglioso, ma anche wund doloroso, una ferita che trapassa e lacera. 

La meraviglia non è automatica né ha bisogno di effetti speciali, basta essere recettivi. “Ci fu un tempo in cui prato, frutteto, ruscello, la terra e qualunque visione ordinaria a me sembravano una veste di luce celeste, gloria e freschezza di sogno” (Wordsworth). Bisogna alzare la testa, continuare a cercare come fecero nel lontano 1966 i giovani astronomi, spettatori infine di una tempesta di meteore al compiersi di una notte ordinaria.

Contemplare il cielo è già spettacolo di meraviglia come lo era per Aristotele andare a Olimpia alle Dionisie, gli spettacoli teatrali che si svolgevano ad Atene in onere di Dioniso: “Andiamo a vedere pagando e scegliamo rappresentazioni invece di beni materiali” (Aristotele, Protrèptikon).

Vedendo impariamo l’ordine delle cose e la verità del tutto. “La vista è diventata causa di un beneficio più grande”; “nella trama del cielo stellato ordinato come un gioiello noi vediamo l’ordine dell’intelletto”. Per Platone (Timèo) la vista arriva alle lontananze del cosmo: “Niente di quel che diciamo sarebbe detto senza la vista del sole delle stelle del cielo”. Noi e il cielo siamo fatti allo stesso modo, le rivoluzioni del cielo come quelle del pensiero. Impariamo dal cielo il tempo e il calcolo. L’uomo vive sente pensa perché appartiene al cosmo altrettanto vivo e pensante. Il nostro microcosmo attinge all’intelligenza del macrocosmo. La vista, il più agile dei sensi, è di lunga gittata. Guardando, l’uomo si guarda, vedendo si riconosce.

Non è esperienza solitaria. L’uomo, animale politico, condivide con gli altri lo stesso cielo. Non siamo soli, siamo con altri, sulla stessa terra che tutti i piedi battono.

Così funziona il teatro (théatron) luogo pubblico di spettacolo. Lo spettatore vedendo, vede sé stesso, la propria condizione umana. L’eroe in scena e con la maschera, che sia Edipo, Agamennone o Clitennestra, Antigone o Creonte, vede e sente raccontare di sé. Vede l’uno e i molti, Dioniso smembrato dai Titani, il dio bambino fatto a pezzi, morto che rinasce. Il teatro è luogo di liberazione (kathàrsis) dove si entra in relazione e si guarisce. Lo spettatore (theòmenos) vede e si vede. E’ catturato dalla vicenda, stupito, meravigliato, terrorizzato, angosciato. Secondo i propri problemi e il tempo. Il teatro nasce ad Atene nel VI secolo come area sacra a Dioniso. Vive e si trasforma nella storia, nel fiore della filosofia, nel trauma della guerra, nell’esperienza drammatica della democrazia.

Nel corpo pietroso si apre la scena (skené), nel buio circostante si generano scintille di immagini. Sul palcoscenico, come per l’occhio che si apre, appaiono dei, eroi, re, mogli, figli. Oltre c’è lo spazio che contiene lo spettacolo, la città, il mare, l’infinito, l’invisibile.

Il thàuma è meraviglia, nell’ambiguità del sublime e del tremendo. Secondo il racconto del poeta greco Nonno di Panopoli (Dionisiache) il bimbo Dioniso gioca con lo specchio. Guarda e si guarda. Arrivano i Titani mandati dalla gelosa Era e fanno a pezzi il dio che fa impazzire. Lui si vede a pezzi e nello specchio rotto si mostrano le varie apparenze. L’uno diventa molti, Dioniso giovane, vecchio, animale, leone, cavallo, serpente. Dioniso può essere dio feroce e dio della convivialità, che agisce e patisce.

Come il mondo, perché lui è il mondo, con le sue gioie e i suoi dolori.

Sintesi di Mauro Malighetti della lezione di Claudi Baracchi all’auditorium del liceo Mascheroni di Bergamo (3 maggio 2022) nell’ambito della programmazione di Noesis


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