Quel che manca è il senso della misura. E tanto. In manifestazioni, come il Festival di Sanremo, artatamente pompate dalla pubblicità a sua volta lubrificata dalla superpotenza mediatica non solo televisiva e men che meno disinteressata il cui condizionamento subliminale è direttamente proporzionale all’afflusso del gettito (money), il senso della misura non conosce proprio limiti di sorta. Senso della misura nelle parole: sovrabbondanti, ripetitive soprattutto e logorroiche. Con l’aggravante di venire costantemente sottolineate da applausi per giunta finti e smisurati pure loro. Tant’è che il nostro Paese assiste da tempo ad una sorta di pornografia dell’aplauso ormai profuso ovunque, dai funerali alle liti in diretta. Applausi che proprio la telecrazia sanremese contribuisce ad amplificare oltre ogni buongusto, persino senza pubblico in sala. 

Senso della misura nei gesti: assimilabili più al teatro delle marionette che al manuale attoriale. Non raramente pacchianamente allusivi alla volgarità gratuita, da caserma e fuori moda ormai anche per gl’infanti. Senso della misura nei messaggi: vero termometro infallibile dell’ipocrisia mediatica. Per sentirsi in pace col proprio ego e cattiva coscienza e, ancor più, per sublimare un comportamento antitetico ai buoni propositi parolai, si lanciano appelli, annunci e richieste buoniste al limite della lacrima emotiva. Con la contraddizione del tutto evidente che da una parte i soliti pochi noti intascano faraonici compensi e introiti pubblicitari, dall’altra i soliti tanti ignoti (i cari telespettatori) invitati a versare l’obolo per causa buona e giusta. Mai nessuno a suggerire che magari basterebbe diminuire sensibilmente il budget per risolvere tanti problemi televisivamente amplificati. Il tutto sta nelle mani dei cosiddetti presentatori dal potere pressoché assoluto. In nome di simil-ideali artistici musicali solidaristici mettono in vetrina la propria esuberanza verbale spesso scorretta, sgrammatica e quasi sempre autoreferenziale, unita a smodata ambizione presenzialista che non si controlla nemmeno nell’annunciare con il sostegno, ovviamente, della diretta televisiva (se no che senso della misura avrebbe?) la propria assenza alla prossima edizione.

Messaggio neanche troppo nascosto: dopo di me il diluvio. O messaggio in codice a chi di dovere per farsi pregare a ritornare. E IL FESTIVAL DELLA CANZONE? Appunto. Quello che dovrebbe essere il festival della canzone e niente più, è diventato addirittura il paradigma dell’arte, della musica, della cultura, dell’andrà tutto bene e via discorrendo. Ma perfino nello stretto ambito della canzone il festival fa acqua. Con tutto il rispetto per chi vince e con tutto il rispetto per tutti i concorrenti, è il contorno che lascia perplessi e sconcertati. Si riesumano personaggi superati dall’ordine delle cose e soprattutto dall’anagrafe, e li si riporta sul palco a spremere l’ugola spesso roca e stonata e quasi sempre in affanno (vedi Bertè, Vanoni, Leali, Patty Bravo). C’è poi un contorno di episodi negativi e persino insopportabili al buon gusto estetico e non solo, che vengono passati in gloria nel gran calderone canoro-mediatico: come quando si omaggiano personaggi non sempre esemplari e ambigui ma (ecco il vero discriminante) portatori di audience.

O come quando tale Beatrice Venezi dedita alla direzione d’orchestra che in analogia alle sfilate di moda (cui alcuni nel mondo musicale le consiglierebbero dedicarsi con maggior profitto) ha in comune il podio, si permette di eludere anni di rivendicazioni femminili e femministe, invitando perentoriamente a non essere chiamata direttrice d’orchestra ma direttore perché “Non risolvono nulla i nomi al femminile“. Scoperta dell’acqua calda. Per di più in ritardo (cara Venezi: cuoca e casalinga sì, direttrice no?). Insomma il (variegato) mondo della musica, se non altro quello sanremese, pare quanto meno contraddittorio. E potrebbe anche non essere un cattivo segno. Cattivo invece è lo slogan che ha accompagnato dall’inizio della fine il 71 festival di Sanremo. Mi scuso con i lettori se torno ancora su questo slogan ipocritamente falso: “LA MUSICA NON FINISCE MAI”. Più che altro una furbata elegante per coprire un cimitero di artisti e di strumenti. Seppellito, come tanti altri, dalla pandemia. E che nemmeno un festival improbabile e iperbolico è riuscito a esorcizzare. 

Quest’anno ha trionfato il rock, ci voleva, dei Maneskin. E il titolo della canzone ZITTI E BUONI dovrebbe diventare più che un monito per lor signori.

Zitti e buoni
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