Asso è il principe del gregge di pecore massesi di Francesco, costituito da una sessantina di capi, compresi gli agnelli destinati ad incrementare il gruppo degli ovini da latte. Ora vive isolato, confinato nel suo box, in attesa di essere reinserito nel gregge durante il prossimo mese di agosto.




L’allevatore-casaro ha optato per la fecondazione naturale, allevando in stalla sia il toro da rimonta per la mandria di grigio-alpine, sia i montoni per le pecore, che sono state ripartite in due gruppi, in modo da programmare le fecondazioni in diversi periodo dell’anno e poter così disporre sempre del latte, ma anche con l’obiettivo di differenziare le diverse linee di discendenza. Al giorno d’oggi la tendenza è quella dell’inseminazione artificiale, ma controtendenze per assecondare il ciclo naturale della fecondazione, contenendo l’intervento dell’uomo, sono indice di una nuova visione della ruralità, più rispettosa degli ecosistemi naturali e delle biodiversità locali. Di norma, nelle stalle ad allevamento intensivo, anche in montagna è difficile trovare esemplari di sesso maschile e anche l’evento più bello e misterioso, quello della nascita, è stato profondamente alterato. Ormai sono le “fialette” ad avere la meglio e il processo della riproduzione non è diventato altro che una mera procedura industriale, dove in molti casi le vacche sono considerate “fabbriche” di latte e di vitelli. Basterebbe un piccolo atto di umiltà, per guardare negli occhi Asso, Marchino e gli altri abitanti della stalla per cogliere una vitalità naturale più ampi, coinvolgente la sfera dei sentimenti e delle motivazioni. L’espressione e il portamento di Asso non è certo quello di una macchina.

Marchino, il toro grigio-alpino da monta

Quella della fecondazione naturale, che per fortuna in montagna non è una scelta isolata, si pone in linea con l’allevamento nella stalla di Francesco di due razze a rischio di estinzione – della vacca grigio-alpina e della pecora massese – che nelle valli alpine hanno trovato ospitalità e protezione in stalle tradizionali. La montagna conserva e rigenera in continuazione: è una sorta di freezer di esperienze umane di antica provenienza, dove vita e lavoro sono sedimentati nei millenni e talvolta tornano a galla, restituendoci straordinarie tracce di umanità. Esperienze di ieri ed esigenze attuali si incontrano in nuove sintesi di ruralità. Come i ghiacciai restituiscono resti ancora integri di oggetti, ma anche di animali, viaggiatori, pastori, guerrieri, vissuti anche molti secoli e millenni addietro, così anche le aree meno impervie e più di prossimità, come sono le valli prealpine, costituiscono preziosi forzieri: in genere basta asportare la parte superficiaria della nostra personale esistenza presente, per entrare nella dimensione storica del territorio e dei suoi insediamenti e riscoprirci parte vitale di una Storia che continua. Forse, proprio grazie a questo retroterra culturale, che agisce quale grande contenitore di esperienze, in montagna trovano terreno fertile iniziative concrete che si collocano sul piano della rigenerazione, riattualizzazione di attività e modalità di vita e di lavoro del passato. L’ambiente esterno, modellato per sostenere le piccole ma efficienti economie familiari di territorio, accoglie ancora oggi, come un tempo, progetti di vita che altrove sarebbero difficilmente sostenibili. In questo contesto mi rifugio nei momenti di sconforto e di difficoltà, per recuperare la forza di andare avanti, motivato dal senso di continuità, dalle appartenenze e dalle culture delle generazioni che ci hanno preceduto.

Il gregge di pecore massesi al pascolo di Recudì.

Asso ha un atteggiamento principesco, che lo differenzia dagli altri montoni, pur sempre prestanti d eleganti, con le sue maestose corna che scendono ricurve in avanti, verso le orecchie. Molti lo confondono con un caprone. Asso è molto di più, simboleggia forza, sfida, tenacia. È curioso, comunica con gli occhi e i movimenti. Quando vede qualcuno passare davanti, è come se si alzasse in piedi richiamando attenzioni e imponendo osservanze: con un balzo appoggia le due zampe anteriori sul muretto di delimitazione del suo recinto, quasi tentato di oltrepassarlo, si protende verso il visitatore e lo guarda con atteggiamento “regale”. I muscoli del collo si gonfiano e ricurvano come ad archetto, le zampe apparentemente esili nascondono forza elastica e signorilità nei movimenti fulminei, il muso affusolato non pare nemmeno in grado di sostenere corna così accentuate. L’assenza della coda lascia in risalto tonalità e muscolatura delle cosce posteriori, simili a blocchi di roccia viva. Al margine inferiore del collo pendono lunghi crini, che ne amplificano la possenza. E quando il visitatore indugia nell’osservarlo, o protende la mano per accarezzarlo, il principe mantiene le distanze, indietreggia di qualche passo, poi abbassa la testa e pare si accinga ad attaccare con tutta la sua forza. Proprio come un ariete. Si sente probabilmente minacciato. In realtà, Asso, nonostante le apparenze, è un montone tranquillo e si lascia condurre da un recinto all’altro con dimestichezza.

Asso

Dall’interno del suo recinto, il fiero montone assiste, ogni mattina, dopo la mungitura, all’uscita dalla stalla del gregge di pecore dirette al pascolo, ma anche al loro rientro serale per la seconda fornitura di latte giornaliero. Ancora due mesi e toccherà a lui guidarle e proteggerle durante l’alpeggio. Più delle vacche, le pecore manifestano un forte istinto gruppale e, anche nel prato, si spostano insieme, adunate. Ol ròs de pìgore forma una grossa e unica macchia di colore in movimento. Da qui l’espressione Fà mia ol pegoròt!, rivolta in senso spregiativo nei confronti di colui che non prende mai una posizione propria, autonoma, ma si allinea e segue sempre la direzione del gruppo. Mi viene da pensare che le pecore non siano poi così “ignoranti” come sono sempre state definite nelle credenze popolari: al contrario, la propensione alla vita di gregge è la soluzione forse più efficace per proteggere la loro esistenza da attacchi esterni, soprattutto durante la notte e nei pascoli più distanti. La sera, all’ora stabilita, il gregge compatto si prepara in prossimità della porta d’ingresso dell’ampio pascolo recintato, attendendo l’arrivo di Francesco, che poi seguiranno dirette nella stalla, dove troveranno la dose giornaliera di fioccato e fieno. Si manifesta una sorta di linguaggio silenzioso e istintuale tra il pastore e il suo gregge e prendono significato movimenti, suoni onomatopeici, comportamenti, ma anche l’acquisizione di una precisa scansione delle azioni durante la giornata. E se, per necessità, le pecore devono essere rinchiuse anzitempo nella stalla, magari per l’imminenza di un temporale che si preannuncia pericoloso, è sufficiente che Francesco, dall’estremità superiore del pascolo, raggiunga il gregge con alcuni caratteristici fischi, alternati dal cenno di richiamo Sa! Sa! Sa!…, mostrando alle pecore il secchio del fioccato, che queste lo raggiungono in massa e lo seguono docili sino alla stalla. Una curiosa e piacevole sintonia d’intenti. Colui che riesce a comunicare con gli animali vive e lavora meglio degli altri.

Il rientro dl gregge nella stalla

Asso in questo periodo fa il modello e ama farsi fotografare dagli escursionisti che raggiungono l’Azienda Agricola Recudino, collocata sulla passeggiata panoramica che da Berbenno conduce sino allo straordinario balcone panoramico con affaccio sul bacino dell’Alta Valle Imagna, come un torrione di avvistamento rivolto verso gli insediamenti umani sparsi sulle pendici orientali del Resegone. Nadia, una cara amica, pensava che mi prendessi gioco di lei quando le raccontavo delle pecore dal vello nero, con accentuate corna arcuate, che si mungevano per ottenere ottimo latte. La pecora massese, in verità è molto lontana dallo stereotipo di ovino con la lana bianca, come è invece la pecora bergamasca. Che poi avesse addirittura le corna e si mungesse… pareva davvero una burla. Nadia non riusciva ad accettare l’idea di una pecora nera, forse per l’errata l’associazione di idee che definisce “pecora nera” della famiglia un membro che ha imboccato una cattiva strada o che non accetta valori e stili di vita condivisi dagli altri. L’opposto della “mosca bianca”.

Nelle valli orobiche si è persa negli ultimi secoli la tradizione degli allevamenti ovini da latte e la pecora bergamasca attualmente è stata valorizzata e potenziata quale produttrice di ottima carne. Sino al diciannovesimo secolo, però, nelle nostre valli si producevano formaggini con latte di pecora, oppure misto con quello vaccino, sempre nell’ambito dell’economia rurale diffusa finalizzata al sostentamento dei gruppi familiari. Bernardo si chiamava il formaggio di pecora allora più diffuso nella bergamasca. In particolare l’organizzazione e le attività pastorali hanno costituito la base principale di sopravvivenza per la maggior parte delle famiglie orobiche, ma per alcune di esse è stato motivo di fortuna e di distinzione sociale, come è avvenuto per la famiglia Berizzi, che ha inserito addirittura nel suo stemma l’icona del quadrupede (non si distingue bene se trattasi di vacca o pecora).

Lo stemma della famiglia Berizzi (Stemmario Camozzi)

Il fiero montone veglia sul gregge nel suo “principato” di Recudì, sia nella nuova stalla dove echeggiano i belati delle pecore, sia nel pascolo, sul pendio scosceso e anche sotto-roccia, mentre quei curiosi ovini con le corna “schiumano” i giovani germogli di una vegetazione rigogliosa e camminano frettolosi brucando con voracità la fresca erba di stagione. Manifestano timore per i temporali e la pioggia e oggi, dopo la mungitura mattutina, non c’è stato verso di farle scendere nel pascolo: sono rimaste rinchiuse nell’ovile, alimentate a fieno, nell’ala destra della stalla, proprio di fronte alla mandria delle vacche grigio alpine stabulata. Belati e muggiti in concerto nella Salle de Musique della stalla, mentre il pastore e bergamino provvede alle diverse incombenze. Fuori, sotto il cielo cupo e rombante di tuoni, l’acqua la ì dó a sedèi. La föma enféna e suscita preoccupazione e paura per frane e smottamenti! Asso, dal nome rivelatore di una primogenitura, partecipa alla vita della stalla, da protagonista, come pure Marchino, il toro grigio-alpino da monta: la natura ha donato loro un aspetto imponente, che evoca forza, dominanza, orgoglio. Ciascuno occupa il posto assegnatogli, bovini e ovini, in spazi sparati ma che s’interfacciano. Solamente Ula, il cane pastore, scodinzola libero di qua e di là e tre galline ovaiole ruspanti, che hanno deciso in autonomia di deporre le loro uova sopra il grosso sacco del fioccato, nonostante Francesco avesse predisposto loro, in un angolo del fienile, una comoda cassetta con culla di paglia e fieno. La natura segue percorsi propri e i suoi attori si comportano a prescindere dalla nostra volontà.

La stalla mista di Francesco: vacche grigio-alpine e pecore massesi

Asso è il bar più in vista della stalla, il Numebr one si potrebbe dire, che i neofiti scambiano facilmente con il bèc, il maschio della capra: in realtà montone e ariete sono due soggetti ben diversi e ciascuno di essi evoca tradizioni rurali assai distinte. Mentre la pecora è sempre stata presente nelle stalle dei piccoli allevatori, accanto a vacca, vitello e maiale, la capra ha avuto una diffusione minore, forse perché più invasiva e pure “dispettosa”. Semmai una capretta domestica poteva supplire alla mancanza del latte materno per i neonati e i bambini più piccoli. La lana bianca della pecora bergamasca era considerata un bene pregevole ed essenziale dell’economia rurale, necessaria per confezionare diversi capi di abbigliamento, come scalfaròcc e corpècc. Dopo la tosatura, che avveniva con l’avvio della bella stagione, la lana veniva dapprima lavata, quindi filata, dapprima con ròca e füs, in tempi più recenti a mezzo di un arcolaio, infine trasferita su matassa, poi söl lömensèl. Nell’impiego domestico, la lana non veniva colorata. Durante la mia infanzia, negli anni Sessanta del secolo scorso, ho sempre visto poche pecore nelle stalle, poiché l’allevamento principale era impostato sulla vacca e gli edifici rurali costruiti sulla base delle esigenze dei bovini. Non tutti possedevano il bar e la mamma, ogni volta, conduceva la sua pecora nella stalla di un altro piccolo allevatore, oppure ospitava nella propria il maschio per qualche giorno. Ancora oggi Francesco provvede alla tosatura delle sue pecore e presta questo servizio anche per altri piccoli allevatori, in funzione del benessere animale, anche se la lana ha perso il suo valore originario e viene ormai considerata un rifiuto speciale. A maggior ragione quella nera, alla quale si aggiunge probabilmente una componente superstiziosa, anche se qualcuno la utilizza, infeltrita, per realizzare coperte, tappeti, cappelli, pantofole… Ma siamo ancora lontani dall’ipotizzare la nascita di una nuova economia connessa all’utilizzo della lana di pecora. Gli impegni incalzano numerosi, secondo una ferrea scansione quotidiana delle cose che non si possono non fare, e si susseguono agli imprevisti, sempre dietro l’angolo: verrà il giorno in cui Francesco toserà Asso e forse, solo allora, potremo ammirare ogni fattezza nelle pieghe del suo corpo, oppure, come avvenne per Sansone, verificare se quell’aspetto imponente e forzuto, che lo porta ad assumere un portamento signorile e lo fa apparire invincibile, dipende solo dalla chioma…

La tosatura delle pecore. Regorda, 2020

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Autore

Antonio Carminati

Direttore del Centro Studi Valle Imagna

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