L’amore rientra nella categoria kantiana di relazione. L’amore è attrazione, contatto. Si collabora, si genera, si produce. L’uno esercita azione sull’altro. Non c’è fusione vera e propria perché i due rimangono diversi. Usando l’immagine della mela spezzata nel film di Aldo Giovanni e Giacomo, Tre uomini e una gamba (1997), gli innamorati sono come la mela divisa a metà, l’uno completa l’altro.
Il testo classico dell’eros resta il Simposio. Eros nasce da Poros, l’abbondanza, e da Penia, la povertà. Una nascita all’insegna dell’ambiguità, come per il discorso filosofico, secondo Platone, tra sapienza e ignoranza. La filosofia come l’amore aspira alla verità che è sempre lontana e da completare. Così Eros, per Diotima, è demone, né dio né uomo, innamorato di bellezza e di verità.
Da qui il legame di Eros con la morte (thanatos), vita in lotta con la morte, desiderio di generare e paura della fine. Nella tradizione misterica Eros veniva messo in relazione al dio Dioniso, il dio selvaggio e dissacrante, dio dell’estasi e dell’ebbrezza.
Tale visione dell’amore e della conoscenza filosofica sarà ricuperata da Plotino in una visione ascensionale. L’amore è per il bello; il bel corpo da cui traspare una bellezza più vera. La bellezza non si esaurisce nella visibilità; il corpo fa da tramite alla bellezza dell’anima. La verità è una ricerca spirituale che vede oltre la materialità dei corpi. I corpi come le cose sono molteplici e si possiedono, mentre l’anima aspira al bene e tende all’Uno.
Il II Concilio di Nicea (787 d.C.) sancì definitivamente la legittimità del culto delle immagini sacre, ponendo fine alla lotta iconoclasta. Si può rappresentare il Cristo in forma umana perché Il visibile conduce all’invisibile. L’immagine aiuta la fede e dalla scissione ci si avvia all’unità. Con altro linguaggio si era espresso Aristotele parlando di Motore immobile (Metafisica) che descriveva l’amore (De anima) in termini di filia, amicizia, nella ricerca del bene, nell’altro e per l’altro.
Il Cristianesimo parlerà di agape, amore comunitario, non possessivo o solo “ascensivo” in quanto tensione verso l’assoluto ma anche “discensivo”, perché ritorna sulla terra e si allarga alle creature e agli uomini. Agape si fa caritas. Agostino usa la parola dilectio, con accentuazione di desiderio, e l’amore, sotto il patrocinio di Dio, diventa ricerca interiore. E’ amore spirituale, non fuori di noi ma in noi, non demone che spezza ma spirito che unisce e concilia.
Nella tarda modernità e poi nella contemporaneità c’è una frattura con il passato. L’amore non ha quel contenuto metafisico, che indirizza, ascende. Scende piuttosto, e definitivamente e violentemente nei corpi. Si allontana dal tema della bellezza. E’ desiderio, ricerca, tensione, conflitto. Si acquieta nella fusione (Hegel). E’ forza cieca, irrazionale “solo l’eterno gioco della riproduzione” (Schopenhauer). E’ ricerca del piacere, nostalgia dell’oggetto perduto, coazione a ripetere, paura della perdita e istinto di morte (Freud). L’amore inganna, è natura, pura volontà di vita, “tutto ciò che fai per amore è sempre al di là del bene e del male” (Nietzsche). Braudillard parlerà di amore simulacro, apparenza che ha perso autenticità.
L’ultimo che cerca di tenere insieme eros e bellezza è Kierkegaard. L’amore si compone attorno a tre figure. Il seduttore (Don Giovanni) che corre di fiore in fiore, senza mai fermarsi, insaziato. Leporello nell’opera di Mozart tiene aggiornato, come può (“ve ne sono non so quante”) le conquiste del suo signore: “In Italia seicento e quaranta,/ in Almagna duecento e trentuna;/ cento in Francia, in Turchia novantuno;/ ma in Spagna son già mille e tre”. Don Giovanni vive nell’istante, nella temporalità del singolo. Vive, come il bambino, nel puro divertimento.
C’è poi la figura dell’assessore Guglielmo (Aut aut), il buon marito, personaggio prosaico. “Mi avvicino un poco, sorveglio ogni minimo movimento per cercare di sorprendere qualcosa di altra natura. Macché! Completamente di questo mondo come nesun bottegaio saprebbe esserlo di più.” E’ tutto in quel che fa, terrestre, senza fratture, né estasi né crisi.
C’è la terza figura, quella di Abramo (Timore e tremore) che rifiuta il ragionamento. Vive nella disperazione del rapporto con Dio. Abramo è disposto a sacrificare l’amore terreno, il proprio figlio, nella sua dedizione all’assoluto. Attraverso la temporalità l’uomo conosce le fratture dell’amore ma rimane sempre aperto.
Può essere ancora valido l’accostamento di amore e bellezza. Guardiamo alla semplicità e povertà del poverello di Assisi. Riconoscere l’altro senza che diventi possesso. L’amore che mantiene la tensione tra due parti che riconoscendosi non si perdono, ciascuno con la propria individualità. Il nemico vero è l’indifferenza.
Sintesi della relazione di ELIO FRANZINI
L'ESTETICA E L'AMORE
Auditorium Liceo Mascherononi di Bergamo, 7 aprile 2026
all'interno del Programma Noesis 2025/2026




