Gioie al tempo del Covid. VI puntata.
Mai e poi mai avrei pensato di trovare tanta soddisfazione durante le vaccinazioni domiciliari . Ecco la nostra piccola esperienza che ha distribuito tanta felicità alle persone e a noi 2 operatori tanta gioia.

Altra giornata, altri pazienti invalidi da visitare nelle loro abitazioni e vaccinare. Altre famiglie, altre storie tutte toccanti e vere. Arriviamo a Campana. Il paziente (93 anni) parla lentamente ed è molto attenta alle “cose“ che facciamo . È molto interessata al vaccino anche se un anno fa è stata colpita pesantemente dal COVID 19. Curata con estrema attenzione e professionalità dal curante (apprezzatissimo ma definitivo da un figlio ü sàcràmènt). Seguitissima e coccolata dai figli che l’hanno vegliata 24 hore al giorno fino a quando è stata fuori pericolo. Si nota che è una bella famiglia, tirata su bene dalla mamma; i figli le dimostrano la loro devozione ed attenzione. Lei parla lentamente con voce cupa, ritmata e monotonica, vuole dire in prima persona da protagonista tante cose. Ed è bello ascoltarla ed è bello che noi ascoltiamo con piacere e senza fretta.

Mentre la moka incomincia a brontolare e poi a sbuffare, la nuora prepara le chicchere e la signora racconta che a 18 anni “i mà dàcc ól ölè sant per ól tifo”. Mentre gusto il caffè vedo che la signora è soddisfatta. Lei sicuramente avrebbe tante cose da raccontare, ma la voce di un figlio la richiama al nostro lavoro e noi siamo svegliati da questa atmosfera cordiale e famigliare e dal suono delle campane del vicino campanile. Dopo un saluto rapido usciamo e in poco tempo siamo in un paese vicino. Bella villetta a 2 piani, bel giardino governato da un cagnone nero che abbaia quanto basta e ringhia da fare paura. Chiuso in sicurezza la bestia, saliamo le scale esterne e siamo introdotti in un locale dove ci aspettano 4 persone: il padre 90 anni, un figlio paziente e due caregiver familiari. Mi attira l’attenzione questo figlio ultracinquantenne che sta scrivendo su foglio bianco con biro bic blu. Non si stacca dal suo foglio e questo mi incuriosisce molto. La madre attenta, premurosa fa trasparire tanta dolorosa rassegnazione e sofferenza per questo figlio. Vita grama e dura per questo figlio. Bene fino ai 20 anni, poi dopo il militare da alpino a Malles, il figlio inizia con ideazioni, pensieri e comportamenti non comuni. Poi il ricorso ai medici, la cruda diagnosi, la rabbia e la difficile accettazione. La mamma dice che ha sempre la biro in mano e scrive tanto, di giorno ma soprattutto la notte.

Questi mucchi, risme,” pile” di fogli lo confermano. Scrive di pace, di fratellanza, di uguaglianza. È contro il capitalismo e lo sfruttamento. Si parla di filosofia e io gli voglio subito bene. Ha fatto da piccolo il chierichetto in parrocchia ed era addetto alla navicella dell’incenso, mai al tèrèbol perché era un compito da chierichetto provetto e di grande maestria. Ha mandato i suoi scritti a qualche case editrice mai avuto risposta perché “i capés négòt”. Vorrei regalargli una bella biro che gli mostro ma lui preferisce continuare col la sua familiare biro bic blu… Mentre esco sono convinto di aver conosciuto una bella sagomaccia e di essermi fatto un nuovo amico . E siamo ora ad Almè da una paziente con nome molto intrigante. Suoniamo al campanello e compare sul terrazzo una signora, viso nero. Mentre salgo le scale ripasso il mio francese scolastico sperando che provenga da un paese africano di lingua francese. Trovo la mamma 68 anni con esiti recente ictus cerebrale, viso poco espressivo e taciturna con questo menù quotidiano.

La figlia nera nera parla spagnolo perché, con nostra grande sorpresa, sono cubane. Sentire una cubana che nel parlare italiano intercala frequentemente il póta fa sensazione. Molto simpatica e allegra . Risata chiassosa e coinvolgente… tutta öna grignaröla. Ha lasciato la sua Cuba a vent’anni sognando come tanti cubani gli Stati Uniti d’America ma approda alla fine in Italia con tante speranze. Nella nostra provincia inizialmente lavora tra Curno e Ponte San Pietro, ma innocentemente dice che lavora sulla Briantea e non si capacita delle reazioni meravigliate e poco lusinghiere che riceve. Conosce il suo compagno bergamasco al Bobadilla, che rimane stregato dalla sua salsa spumeggiante e flessuosa e … dice la cubana verso il compagno: “a lá capìt piö négòt“. È talmente spiritosa che aggiunge “il mio compagno è un po’ genovese perché ha risparmiato il viaggio a Cuba e mi ha trovato bella e pronta a Bergamo“. Poi ci serve del rum cubano. Damiano lo rifiuta per il senso del dovere e non beve in servizio, io un bicchierino me lo faccio e esco un poco allegretto… fatto bene o male ? Ditemelo voi.

Le puntate precedenti:
Gioie al tempo del Covid. Vaccinare con enorme felicità
Vaffanculo, vaffanculo… il vaccino non lo faccio!
In vaccino veritas. Per la badante meglio Hitler di Stalin
Vaccini e misteri. Si chiama Lucia ma sulle carte c’è Adua… e poi il DUE LIRE
Vaccini e amore. Galeotto fu un prete esperto di restauri

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Autore

Valerio Albani Rocchetti

Valerio Albani Rocchetti nato ad Almè. Maturità classica. Laureato in medicina e chirurgia all'Università Milano. Specialista Medicina dello Sport. Dal 1979 al 2021 medico di famiglia a Almè, Villa D’Almè, Paladina e Valbrembo. Attualmente ancora attivo come medico del territorio.

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