Venezia non aveva potuto festeggiare come avrebbe voluto la vittoria di Lepanto (1572) contro i Turchi perché alle prese con l’ennesima pestilenza. In voto aveva eretto la Chiesa del Redentore sulla Giudecca alla fine del flagello. Cosa poteva fare l’uomo se non pregare e chiedere perdono per un male che appariva come il giusto castigo che gli uomini si erano attirati per le tante colpe?

Cento anni prima, in occasione di un’altra pestilenza, oltre a messe e processioni il Senato aveva deliberato di edificare lazzaretti sulla Laguna e in Terraferma. In qualche modo il morbo si poteva contenere. Il provvedimento coinvolgeva pure Bergamo. Nacque il nuovo Ospedale di San Marco presso l’omonima Chiesa (1474), in parte all’attuale sede delle Poste. Qui vennero trasferiti i malati, appestati o lebbrosi, che fino a quel momento avevano trovato un tetto presso la Chiesa di S. Lazzaro. Il nome Lazzaro richiama a gesti di carità secondo il racconto evangelico del mendicante Lazzaro che dal ricco signore non trova che briciole cadute dall’abbondante mensa. Solo i cani lo consolano leccandogli le piaghe. Sull’altare maggiore è rimasta una tela del pittore cremonese G. Giacomo Barbello che lo ritrae con la Vergine, il bambino Gesù e Giuseppe, non visibile essendo la Chiesa di San Lazzaro chiusa per carenza di preti.

Nel Cinquecento acquistò peso un altro luogo devozionale di via Broseta, la Chiesa di San Rocco, dedicata al santo delle pestilenze, come altre 88 chiese della Diocesi. E’ raffigurato con mantella e bastone, la ferita sulla coscia. La Chiesa ha ancora un porticato di sei colonne e sulla facciata due orologi del Settecento. Era sede di una confraternita detta – per il colore delle mantelle – dei Disciplini verdi che si dedicavano a soccorrere i malati di peste. Da qui passò San Carlo Borromeo (1575) il santo che non si risparmiò nemmeno in tempo di pandemia – mentre ai primi segnali Governatore spagnolo e Gran Cancelliere scappavano da Milano lui vi faceva ritorno – come testimonia anche un quadro di Gian Battista Parodi nella Chiesa di San Alessandro in Croce: lo ritrae mentre fa la comunione agli appestati.

San Carlo non morì di pandemia come invece il nipote Federigo Borromeo nominato dal Manzoni. Siamo nel 1630. Nel dilagare del male gli giunsero istanze sempre più insistenti da più parti: “i decurioni presero la decisione di chiedere che si facesse una processione solenne portando per la città il corpo di San Carlo”. Il cardinale alla fine acconsentì con le conseguenze che si possono immaginare. A Bergamo fece diecimila morti in pochi mesi su una popolazione di 25mila abitanti. Luogo di ricovero e quarantena fu il Lazzaretto, posto fuori le Mura venete e le Muraine medievali. Una lapide alla Chiesa di S. Lorenzo, nei pressi dell’omonima porta, oggi Porta Garibaldi, ricorda l’anno di cessazione “1931 Lodato sia Dio”. Si erano prodigati gli ordini religiosi, tra cui i Cappuccini che avevano il Convento in Borgo Palazzo, memori del gesto del loro fondatore San Francesco che aveva cambiato vita accogliendo e baciando un lebbroso.

Con l’editto napoleonico di Saint Cloud (1804) si impose la costruzione dei cimiteri fuori dall’abitato. Il Foscolo con I Sepolcri protestò, non discutendo la norma igienica ma perché si interrompeva un legame con i morti. La tomba per lui non era segno di disperazione ma di interrogazione. I morti raccontano e infondono coraggio; dalla memoria nasce la poesia che vince la morte “finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”.  Dopo l’editto Bergamo si dotava di nuovi cimiteri: il cimitero di Santa Lucia fuori di Porta Broseta, quello di San Giorgio alla Malpensata, quello di San Maurizio a Borgo Santa Caterina e quello di Valtesse.

Finché si si costruì l’unico Cimitero Monumentale (1915), alla vigilia dell’ultimo terribile contagio. Alla spagnola accenna in alcune lettere a confratelli e conoscenti Papa Giovanni, allora cappellano militare durante la Grande Guerra. Troppi morti vedeva tra i reduci o prigionieri di ritorno “da condizioni umilianti”. Furono raccolti al Ricovero Nuovo, poi diventato ricovero per anziani e conosciuto con il nome di Clementina, tra Borgo Palazzo e Seriate, scelto perché vicino alla ferrovia. Oppure al Banco Sete del Cotonificio Zuppinger di via Broseta. Il cappellano Roncalli accoglieva le loro speranze e le loro preoccupazioni. Giovani come lui, dal mattino alla sera li trovava “finiti e sfioriti”.

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